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giovedì 10 aprile 2014

ECCO SVELATO L'IMBROGLIO DEL DEF di Leonardo Mazzei

10 aprile. Un DEF per l'Europa, ma soprattutto per le europee

Al liceo "Dante" i compagni lo chiamavano «il bomba». Soprannome azzeccato come pochi. Certo, presentando il Documento di economia e finanza (DEF), il bomba ha dovuto darsi una calmata: niente slide, né sforature dei vincoli europei, ma tuttavia tante balle da far impallidire perfino il ricordo delle performance del suo amico barzellettiere.

Ha torto perciò Massimo Giannini (La Repubblica del 9 aprile) nel ritenere che l'imbonitore fiorentino stia tornando nel «mondo reale». Non ci sta tornando affatto, che le capacità illusionistiche sono il suo unico piatto forte. Se per una volta è apparso meno irreale del solito è solo perché l'imbroglio sta già tutto nel DEF e nelle sue cifre.

Ce ne occuperemo perciò nel dettaglio. Ma prima è necessaria una premessa: a Renzi oggi interessa solo e soltanto una cosa, il risultato che riuscirà a conseguire alle elezioni europee. Questo obiettivo viene prima di tutto, a questo obiettivo tutto è finalizzato. La sarabanda propagandistica è dunque destinata a continuare, con le mistificazioni populistiche su tagli, rottamazioni, costi della politica, semplificazioni, eccetera. Ma al Renzi populista dedicheremo un apposito articolo, qui ci interessa invece andare a vedere come le trovate propagandistiche del bomba vadano ad intrecciarsi con i vincoli europei. E da questo punto di vista il DEF è un buon banco di prova.

La leggenda del lieto fine

C'è una leggenda che di questi tempi va forte nel mondo dei media, e che si basa su quattro "pilastri", uno più falso dell'altro. Eccoli: 
1. la crisi sta finendo; 2. l'austerità pure; 3. il rigorismo dell'Europa si sta allentando; 4. in questo quadro il Fiscal compact ci fa un baffo.
Naturalmente, siccome la quotidiana esperienza delle persone comuni va semmai in direzione opposta, questo lieto fine viene presentato come tendenza, per adesso impercettibile ma destinata certamente ad affermarsi. Finito il tempo della negazione della crisi (Berlusconi), terminato quello dei tecnici "salvapatria" che a tutto avrebbero rimediato con i sacrifici (Monti et similia), è ora lo strano tempo di un personaggio da avanspettacolo che si sente autorizzato a promettere il tutto in nome del semplice fatto che al governo c'è lui.

Ovviamente, secondo questo narratore da strapazzo, questo lieto fine potrà essere raggiunto con l'applicazione più spinta delle ricette passepartout che imperversano ormai da un terzo di secolo: privatizzazioni, tagli, precarizzazione del lavoro, liberalizzazioni, più mercato e (oggi un po' meno) più Europa.

Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Ma come si combinano i quattro "pilastri" di cui sopra nel puzzle denominato Documento di economia e finanza?

I numeri falsi del DEF

Tutti sanno che il valore del DEF è assai relativo. Cifre che vengono proiettate a cinque anni, ma che vengono poi riviste - in genere assai pesantemente - ogni sei mesi. Del resto è ben noto come le previsioni economiche siano normalmente assai meno attendibili di quelle meteorologiche.

Tuttavia quei numerini, benché così volatili, qualcosa ci dicono. Ma quelli dell'edizione aprile 2014, targata Renzi-Padoan, sembrano davvero scritti sulla sabbia. Vediamo il perché, procedendo per punti.

1. La crescita 
Nel comunicato diffuso dal governo si legge che: «Si proietta una crescita del PIL dello 0,8 per cento per l’anno in corso, con un graduale avvicinamento al 2,0 per cento nei prossimi anni»
A parte il fatto che un +0,8%, dopo una caduta del Pil di 9 punti dall'inizio della crisi, è solo un modesto rimbalzino fisiologico che nulla fa sperare per il futuro, è realistica la previsione del governo? Lo vedremo, ma intanto Fmi ed Ue prevedono un +0,6%. Siamo agli zerovirgola, d'accordo, ma visto che in ogni caso di zerovirgola si tratta anche questa differenza va segnalata.

Il comunicato parla poi, per gli anni a venire, di «avvicinamento al 2,0%», ma in realtà la tabella del DEF immagina la seguente progressione: +1,3% nel 2015, +1,6% nel 2016, +1,8% nel 2017, +1,9% nel 2018. Un'evoluzione lenta quanto inarrestabile. Già, ma quanto credibile? Se noi andiamo a leggere i DEF del passato scopriamo che il trucco è sempre il solito, e consiste nell'ammettere (ma mai fino in fondo) la defaillance del presente, abbellendo sistematicamente i dati attesi per gli anni futuri, in base alla nota legge che «prima o poi tutto finirà per il meglio». Giusto per fare un esempio, è in base a questo criterio che il DEF 2011 prevedeva un +1,3% per il 2012 ed un +1,5% per il 2013, anni poi rivelatisi invece di profonda recessione.

Al di là del fisiologico rimbalzino, cosa autorizza a pensare ad un'inversione di tendenza riguardo alla crescita? Niente. O, peggio, delle ipotesi meramente ideologiche, senza alcun riscontro scientifico. Che le cose stiano così ci viene confermato da alcune proiezioni contenute nel DEF e messe in evidenza dal Sole 24 Ore del 9 aprile. Secondo queste proiezioni, la «Riforma del mercato del lavoro» (alias precarizzazione estrema) varrebbe un incremento di Pil dello 0,8% al 2018; mentre un analogo incremento verrebbe determinato dalle «Liberalizzazioni e semplificazioni», e si potrebbe continuare con simili amenità. Qui, per brevità, mi sono limitato a citare il dato al 2018, ma valori in crescita progressiva sono indicati già a partire dal 2014.

Ora, è ormai un quarto di secolo che si liberalizza e si precarizza, ed in questo periodo la tendenza alla crisi non ha fatto altro che accentuarsi, fino ad esplodere violentemente nel 2008. Perché mai questa volta, invece, liberalizzazioni e precarizzazione - al di là della loro negatività sociale, che non ha bisogno di troppi commenti - dovrebbero compiere il miracolo?

Non solo, così come si sovrastimano gli effetti di queste misure, si sottostima invece l'effetto negativo della politica dei tagli alla spesa pubblica sul Pil. Un impatto che si vorrebbe contenuto tra -0,2 e -0,3%. E' credibile tutto ciò quando si dichiara di voler arrivare a tagli di spesa di 32 miliardi di euro (pari al 2% del Pil) nel 2016? Ovviamente no, ma chissenefrega, che l'importante è portare a casa la pelle alle europee.

2. La piena accettazione dei vincoli europei 
Com'era prevedibile, Padoan non ha fallito la sua missione, ed - almeno sulla carta - a Bruxelles arriveranno numeri perfettamente allineati con la tabella di marcia imposta dal Fiscal compact. Così, giusto per ribadire che da parte europea non c'è nessun allentamento dei vincoli, e che da parte italiana c'è il solito «obbedisco» di sempre.

Quanto sia credibile questo percorso di rientro del debito è un altro discorso, che vedremo più avanti. Sta di fatto, però, che il percorso rigorista viene accettato in pieno, come ci dicono i numeri che seguono. Il rapporto debito/Pil, al 132,6% nel 2013, viene previsto ancora in aumento (134,9%) nel 2014, ma dal prossimo anno dovrebbe iniziare a scendere con velocità supersonica fino al 120,5% annunciato per il 2018. Una picchiata in linea con la tempistica di rientro del Fiscal Compact.

Idem per quel che concerne il famoso 3% nel rapporto deficit/Pil. Era questo il vincolo che Renzi faceva intendere di voler sfidare, ma le visite a Bruxelles, Berlino, e perfino nella Parigi dell'inadempiente ma politicamente decotto Hollande, hanno vivamente sconsigliato al berluschino fiorentino di insistere su quel tasto. Evidentemente, l'annuncio di quello strappo altro non era che una delle tante sparate del bomba, ma di questo eravamo già certi. Ecco allora il suo piano, che anziché essere di sfondamento è invece di mesto rientro. Secondo il DEF al -3,0% del 2013, dovrebbe seguire un - 2,6% nel 2014, fino ad arrivare progressivamente addirittura al segno più (+0,3%) nel 2018.

3. Come verrà rispettato il Fiscal compact?
Eccoci allora arrivati al punto più interessante. Tanto più che il bomba ha già dichiarato che non vi saranno altre manovre. Ah no? E come li fa tornare i conti, con la bacchetta magica? In realtà Renzi, probabilmente per la fretta che lo contraddistingue, non ha avuto modo di completare la frase, perché altrimenti avrebbe certamente detto che non vi saranno altre manovre... fino al 25 maggio, naturalmente.

Tra tutte le leggende, quella sul "Fiscal compact? No problem" è una delle più assurde. A rilanciarla ci ha pensato Padoan, che ha affermato che basterà «ottenere una crescita nominale del 3%, di cui un 1% di aumento del Pil e un 2% di aumento dell'inflazione, e la ghigliottina ci sarebbe risparmiata, perché il debito si ridurrebbe in automatico per il solo effetto della crescita del Prodotto lordo». (M. Giannini, La Repubblica del 9 aprile)

Semplice no? Peccato che la crescita sia sotto l'1% e l'inflazione vada dirigendosi verso lo zero. E già solo per questo i conti non tornano. Ma non è questo il peggio. Il peggio, che è anche naturalmente il non detto, è che questo simpatico meccanismo di «rientro automatico» (a proposito, ma come mai il fior fiore dei bocconiani al governo non ci ha mai pensato prima?) si basa su un altro punto fermo, un numerino apparentemente innocente quanto foriero di nuovi pesantissimi sacrifici.

Abbiamo già visto il "virtuoso" rientro (sulla carta, beninteso) del deficit dal -3,0% del 2013 al +0,3% del Pil nel 2018. Si tratta di un recupero di 3,3 punti percentuali di Pil, pari all'incirca a 54 miliardi. Una massa di denaro che, se calcolata sull'avanzo primario, si ridurrebbe a circa 45 miliardi, in virtù della minor spesa prevista per gli interessi.

E qui dobbiamo aprire una parentesi. Siccome - soprattutto per gli effetti del Quantitative easing americano - il peso degli interessi è diminuito negli ultimi tempi, il governo si spinge a prevederne un ulteriore calo nei prossimi anni (dal 5,3% sul Pil del 2013 al 4,7% nel 2018). Calcolo abbastanza azzardato, non solo perché nuove crisi finanziarie sono assai probabili, non solo perché il Quantitative easing europeo (ammesso che si faccia) andrà probabilmente a dirigersi verso titoli del sistema bancario piuttosto che verso i bond del debito pubblico, ma soprattutto perché se si auspica una ripresa dell'inflazione essa andrà sì ad incrementare il Pil nominale, ma giocoforza aumenterà nella stessa misura i tassi sui titoli pubblici di nuova emissione.

Dunque, abbiamo visto che anche nella migliore delle ipotesi serviranno almeno 45 miliardi all'anno di tagli e/o nuove tasse. Ne serviranno certamente di più, perché la crescita sarà più bassa ed i tassi di interesse prevedibilmente più alti, ma anche volendo accettare la stima dei 45 miliardi - ovviamente non esplicitata nel DEF, ma facilmente ricavabile dai numeri lì esposti -, la domanda è: dove li prenderanno?

4. Da dove verrà questa montagna di denaro?
Come ognuno avrà ben capito entrano qui in gioco i tagli di spesa: addirittura 32 miliardi al 2016. Ma i tagli alla spesa non sono affatto una piacevolezza come si vorrebbe far credere mettendo all'asta le auto blu su e-bay. Essi andranno a colpire in primo luogo la sanità (comparto dove si concentra il grosso dell'acquisto di beni), il welfare (pensioni di invalidità), nonché il pubblico impiego, non solo tagliando i salari, ma diminuendo drasticamente il numero degli occupati. Che è poi un modo assai singolare di ridurre la disoccupazione sotto il 10%, come da un'altra recente sparata del bomba.

Ma anche prescindendo da queste considerazioni sociali - per noi ovviamente del tutto imprescindibili - resta il fatto che non solo l'obiettivo di 32 miliardi è assolutamente irrealistico, ma che il governo (sempre nel DEF) dichiara di volerlo destinare alla riduzione del «cuneo fiscale», dunque con un effetto sui conti pubblici pari a zero. Naturalmente, solo il tempo ci dirà come andranno le cose, ma se i tagli verranno destinati all'aggiustamento dei conti salterebbe quella riduzione fiscale che, nelle dichiarazioni del duo Renzi-Padoan, dovrebbe essere uno dei fattori della mitica crescita. Dunque, ancora una volta, i conti non tornano.

Conclusioni (quando i nodi verranno al pettine)

La conclusione di questa breve disamina del DEF è assai semplice: il bomba mente sapendo di mentire. I suoi sono numeri scritti sulla sabbia. Ma questa, ammettiamolo, non è una notizia. La notizia è che i suoi spazi di manovra sono gli stessi di chi l'ha preceduto. Lui è solo un venditore più bravo. Qualità non secondaria, come riconosce Fabrizio Forquet nel suo editoriale di commento sul Sole 24 Ore, laddove dice assai esplicitamente che Renzi è sì un populista alla ricerca di un facile consenso, ma che il blocco dominante non può farne a meno, perché senza consenso (vedi Monti e Letta) non sarebbe possibile portare in porto le (contro)riforme che interessano a lorsignori.

I quali gridano evviva per un DEF truffaldino, che mette i numeri che piacciono all'Europa, senza dire con quali misure raggiungerli per non dispiacere gli elettori. Un trucco che verrà ben presto svelato.

E quando, tra qualche mese, i nodi verranno al pettine, quando insomma si dovrà discutere della prossima Legge di stabilità, il renzismo mostrerà appieno il suo straordinario vuoto strategico. Nel frattempo però, con uno straordinario sostegno mediatico, il bomba proverà ad incassare un buon risultato alle europee. 
Che il boccone elettorale gli vada di traverso!

PS - A proposito di populismo (quello vero). L'organo degli "anti-populisti", cioè La Repubblica, così titolava ieri a proposito del DEF: «Stangata su banche e manager». Attendiamo un'ondata di suicidi di banchieri e manager di Stato, in caso opposto le scuse del direttore del giornale Ezio Mauro o, meglio ancora, del sig. De Benedetti, tessera n° 1 del Pd. I disoccupati, che stanno veramente pagando la crisi, anche per le politiche sostenute da quel giornale e da quel partito, gradirebbero almeno di non essere presi in giro.
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8 commenti:

  • Vincenzo Cucinotta scrive:
    11 aprile 2014 08:02

    Assolutamente d'accordo.
    Vorrei solo aggiungere che, non soltanto Renzi fa campagna elettorale e non ci risparmierà le menzogne più vergognose in questo rimanente mese e mezzo che ci separa dalle elezioni, ma che la logica del rinvio della resa dei conti è quello che viene utilizzato dal sistema finaziario globale sistematicamente.
    Insomma, incapaci di adottare l'unica soluzione possibile, fallimento del sistema bancario globale e distruzione di tutta questa cartaccia di titoli fasulli che sono stati creati e che soffocano l'economia mondiale, si va avanti con espedienti, si prolunga la sopravvivenza di un sistema che ormai non sa come uscire dal guaio in cui si è trascinando, purtroppo trascinando anche noi.
    E' la filosofia di chi, e ci sono tanti esempi anche tra persone comuni, va vivendo di espedienti, incapace di affrontare la realtà dei fatti. In quest'aspetto dissento da coloro che pensano che il capitalismo si sta solo trasformando, che con la crisi il capitalismo ha sempre guadagnato, che costoro sono forti come mai. Non sono d'accordo, sono sì estremamente potenti, ma sono comunque vittime della loro stessa avidità, ed il botto ci sarà, questione ormai di anni, e neanche tanti (difatti, fare un DEF che arriva al 2020, è come scrivere un libro di fantascienza).

  • Anonimo scrive:
    11 aprile 2014 17:15

    Kassander
    La conclusione del dott. Cucinotta preconizzante che il "mostro" creperebbe abbastanza prossimamente di ... indigestione fa sognare. Ma sarà poi possibile? Questo "mostro" infame dotato di una capacità di sopravvivenza fantastica grazie al fatto che si nutre di sacrifici umani dimostra una vitalità inimmaginabile : il suo verbo perenne è la menzogna con la quale obnubila e abbaglia le menti degli umani, la sua pratica costante di azione è l'omicidio. "Mentitore e omicida sin dal principio è la definizione evangelica di Satana" e il mostro è la sua reale incarnazione materializzata nei suoi sacerdoti spietati, quell'1% divoratore, assassino e devastatore che infesta la Terra e stermina l'Umanità.

  • Anonimo scrive:
    11 aprile 2014 19:25

    Geremia
    Ah: "il Bomba" è davvero un soprannome che costituisce un "lusinghiero pedigree" .... ! "Vox Populi, vox Dei". Dalle mie parti quasi tutti hanno un soprannome che talvolta diventa una specie di "marchio di famiglia" e tali "nominaje" (così vengono definite in lingua Veneta) sono scultoreamente realistiche.
    "Chi per bugiardo è conosciuto, sebbene dica il ver, NON va creduto". Il proverbio, di stampo "calvinista", dice che una persona che ha il VIZIO di non dire la verità, porta una stimmate demoniaca e, se si ricorda, Nixon e Clinton furono pubblicamente condannati non per aver fatto certe cose, ma perchè avevano mentito riguardo ad esse. Così sono gli Evangelici e i Calvinisti.
    Noi qui in Italia, come al solito, "stiamo freschi".

  • Lorenzo scrive:
    12 aprile 2014 03:21

    Interessanti le osservazioni di Vincenzo Cucinotta. A mio avviso il limite delle analisi - tecnicamente valide - di Sollevazione è l'insistenza nel voler ricondurre la crisi a un piano degli sfruttatori contro gli sfruttati, mentre ormai si dovrebbe parlare di una poltiglia individualista indifferenziata, dove ciascuno cerca di mettersi soldi in tasca in qualsiasi modo possibile disinteressandosi a tutto il resto.

    L'atteggiamento dilatorio delle élites incontra l'approvazione delle masse altrettanto disinteressate a rinunciare a quel che resta del loro consumismo teledipendente per costruire una società più sana o più giusta. E' tutta una ricorsa a non pensare e a godersi l'oggi, tanto più quanto più si intuisce che potrebbe non esserci un domani.

    Il marxismo (come il fascismo) era una dottrina per una società abbastanza sana da credere in qualcosa. Qui ormai siamo al tardo impero, coi media che hanno preso il posto del cristianesimo in quanto oppiaceo consolatorio.

  • Redazione SollevAzione risponde:
    12 aprile 2014 11:07

    Lorenzo,
    non resterebbe che tagliarsi le vene dunque? Nella tua visione delle cose non c'è scampo alcuno, non c'è via d'uscita, non c'è speranza.
    Ma la tua visione è sconsolante quanto infondata.
    C'è un sistema sociale in profonda crisi, ci sono classi dominanti che per il solo fatto di dominare, hanno piani, progetti, strumenti per metterli in atto. Nel farlo esse, questo noi riteniamo, accentuano le contraddizioni in cui il loro sistema si dimena e quest'acutizzazione delle contraddizioni conduce ad aspri conflitti sociali.
    Loro hanno un piano e sono organizzati mentre i dominati non possiedono non sono né organizzati né hanno un progetto.
    Se così stanno le cose i piagnistei come il tuo non ci fanno fare un passo avanti.

    Ps
    L'analogia tra marxismo e fascismo è infelice quant'altre mai.

  • Vincenzo Cucinotta scrive:
    12 aprile 2014 15:37

    I dominatori hanno un piano. Certo, per prolungare l'agonia, ma per risolvere la crisi, quale sarebbe questo piano? O dobbiamo crederci come si crede ai dogmi?
    Io non lo escludo, ma dico che non ho sufficiente immaginazione da scorgerlo. Mi pare allora onesto dire che apparentemente si sono messi in una situazione senza soluzione. Sarò smentito dai fatti, ma non posso ipotizzare qualcosa che nè io nè altri del mio fronte scorgono.

  • Anonimo scrive:
    13 aprile 2014 13:56

    Kassander
    Secondo me, i "dominatori" ce l'hanno sì un piano, ma non quello di guarire il malato, bensì quello di farlo crepare. Il malato, sempre secondo me, non sarebbe il cosiddetto Capitalismo (quello di una volta, per intendersi), ma le popolazioni mondiali considerate di troppo e ancora abbastanza "possidenti" da doversi indebitare sempre più al fine di svendersi tutto e, alla fine, scomparire come animali privati di ogni risorsa vitale (territorio compreso).

  • Vincenzo Cucinotta scrive:
    13 aprile 2014 17:19

    @Kassander
    Non mi pare granchè come piano lo sterminare il substrato che consente loro di essere ricchi come desiderano.
    Purtroppo, mi vado sempre più convincendo che lo sbocco sarà bellico, ed in realtà i due precedenti storici più importanti, la crisi del 1907, e quella notissima del 1929, trovarono una vera soluzione solo nello scatenare una guerra. Poco importa quanto si tratti di una scelta consapevole, in ogni caso solo la guerra rimise le cose a posto (almeno per quanto riguarda il meccanismo di funzionamento del capitalismo).

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