sabato 31 agosto 2013

IL PENSIERO DI KEYNES di Marco Passarella

31 agosto. Si è svolto come previsto, dal 19 al 23 agosto, in Umbria, il SEMINARIO DI STUDI POLITICI «Filo Rosso». Non eravamo in tanti, anzi eravamo in pochi. 

Chi ci aveva messo in guardia dalla estrema severità del format —cinque ore filate di lezioni su cinque materie al mattino, e tre ore circa il pomeriggio per altre materie di approfondimento— aveva forse ragione. 
 Di sicuro ciò, aggiunto ai costi per il soggiorno, ha tenuto lontano proprio i giovani, coloro per i quali il Seminario era stato pensato. E questo è evidentemente un serissimo problema, che ci obbliga a immaginare modalità e linguaggi adeguati alle nuove generazioni. 

Ci rincuora che tutti coloro che hanno partecipato al Seminario ne sono usciti più ricchi, di cultura politica ed economica, di idee. Il livello delle lezioni e del dibattito è stato altissimo. Densissime anche le discussioni politiche che si sono svolte, fino a notte fonda a volte, e che hanno coinvolto tutti i partecipanti.

Eco della Rete ha filmato e sta via via montando tutte le lezioni mattutine e le prolusioni pomeridiane. Un lavorone! E grazie ad Eco siamo intanto in grado di offrire ai nostri lettori la limpida e densa  prolusione di Marco Passarella.



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venerdì 30 agosto 2013

IMU: L'ACCORDICCHIO DEL GOVERNICCHIO di Leonardo Mazzei

30 agosto. Ici-Imu-Tarsu-Tares-Taser: cambiar nome alle tasse per meglio aumentarle.

Ormai è uno sport nazionale. Quando si vuole aumentare una tassa, per prima cosa gli si cambia il nome. Il trucco c'è e si vede. Ha voglia Alfano a twittare le sue grida di gioia. Gioia per lui e per il suo principale, non certo per chi le tasse le deve pagare. E che nel trucchetto non cade più. 

A leggere i giornali sembra il giorno del dopo-elezioni: tutti hanno vinto anche se non si sa bene il perché. I berluscones sono i campioni dell'esultanza. Avevano un programma elettorale fatto da un solo punto ed apparentemente lo hanno ottenuto. I piddini esultano anch'essi, un po' perché non possono fare altrimenti, un po' perché pensano di aver guadagnato tempo al governo Letta, che pur sempre un piddino è.

In realtà, il dispositivo approvato ieri dal governo sull'Imu altro non è che un accordicchio figlio di un governicchio tenuto in vita solo dai diktat quirinalizi. Questo dal punto di vista dei partiti di maggioranza. Da quello, invece, della gente comune siamo di fronte al più pacchiano degli imbrogli. Un'autentica buffonata degna dei suoi autori: il capo-comico di Arcore, il suo fido azzeccagarbugli di provincia, il vice di Bersani che crede di essere diventato un leader, un ministro dell'economia più che altro specializzato nello smentire se stesso.

Ad ogni modo da ieri gli italiani hanno una nuova tassa. E tutti sanno quali sono stati gli aumenti quando l'ICI si è trasformata in IMU, od anche quelli in atto nel passaggio tra la TARSU e la TARES. Bene, dal prossimo anno IMU e TARES andranno a sommarsi nella nuova TASER. Non sappiamo se sarà davvero questo il nome definitivo, ma di certo sappiamo che ad essa corrisponderà per i più un aumento della tassazione complessiva.

Il perché è semplice: ce lo chiede l'Europa, come il simpaticone di Olli Rehn ci ha immediatamente ricordato con il suo zelo beffardo. Parlare di una riduzione della pressione fiscale senza uscire dagli attuali vincoli europei è come parlare delle vacanze in un campo di concentramento nazista. Possono farlo solo degli imbroglioni matricolati, possono crederci solo degli inguaribili fessi.

In ogni caso stiamo ai fatti. In campagna elettorale Berlusconi aveva parlato di restituzione dell'IMU 2012 sulla prima casa e dell'azzeramento per il 2013 e per gli anni a venire. Cosa ha invece deciso ieri il governo? Nessuna restituzione per il 2012, l'annullamento della prima rata 2013, la sospensione della seconda, per la quale andranno trovate "nuove coperture" (cioè nuove tasse o nuovi tagli) nella Legge di Stabilità. Mentre dal 2014 ci penserà la TASER a far recuperare con gli interessi al fisco quel poco che gli italiani avranno risparmiato nell'anno in corso.

Una truffa in piena regola, il cui esito sarà garantito dal ruolo di sceriffi fiscali che verrà assegnato ai sindaci, con il duplice effetto di aumentare la tassazione, scaricandone al tempo stesso la responsabilità politica su amministrazioni comunali assetate di denaro. I comuni potranno infatti stabilire le nuove aliquote. Certo, entro limiti fissati dallo stato, ma con una sicura spinta verso l'alto.

Che di truffa si tratti ce lo spiega assai candidamente un vice-ministro piddino, il terribile "sinistro" Fassina, il quale sull'Huffington Post ha scritto che «è abolita l'IMU. Non la tassazione sulla prima casa». Fassina ha ragione, le cose stanno esattamente così. Ma il "giovane turco" va anche oltre, chiarendo che a questo punto l'aumento dell'IVA, che si diceva di voler scongiurare, è da considerarsi ormai inevitabile.

Che in questo quadro ci sia chi canta vittoria per un modestissimo finanziamento (500 milioni) per la cassa integrazione in deroga, o per i 700 milioni di euro destinati a risolvere la situazione di una piccola parte dei lavoratori esodati (6.500), grida veramente vendetta. Si tratta, in tutta evidenza, di due atti dovuti: come si può farli passare per conquiste o come straordinarie concessioni di questo governo dell'inciucio totale?

C'è infine un altro aspetto, sollevato in queste ore dai sindacati degli inquilini. Come sarà strutturata la TASER, altrimenti detta Service Tax, ancora non si sa. Ma non si può escludere che una parte della tassazione che oggi ricade sui proprietari degli immobili possa passare addirittura sulle spalle degli inquilini. Vedremo se sarà davvero così, nel qual caso avremmo una redistribuzione della ricchezza al contrario che non richiederebbe particolari commenti.

Inoltre...

Veniamo ora agli aspetti più propriamente politici. A sentire i più, un governo mezzo moribondo sarebbe ora vispo come una lepre grazie a questa piccola truffa di fine agosto. Sprezzante del ridicolo, il nipote dello zio ha dichiarato che ora il suo governo «non ha più scadenze». Si vede che fino a ieri si sentiva come una mozzarella alquanto flaccida, mentre ora pensa di essersi trasformato in una solida forma di parmigiano. Il tempo ci dirà come stiano davvero le cose. Ed in genere il tempo è davvero galantuomo.

Quello di Letta governicchio era e governicchio rimane. Questo non vuol dire che un simile esecutivo sia incapace di nuocere. Al contrario, ha questa capacità e, se ne avrà la possibilità, di certo la metterà ancora meglio in mostra in autunno, magari intervenendo di nuovo sulle pensioni. Tuttavia, il quadro in cui si muove è ben delimitato ed il suo orizzonte temporale assai breve.

La conferma della condanna di Berlusconi rappresenta in ogni caso un punto di non ritorno. Non che prima la salute del governo fosse florida. Ma dopo il 1° agosto è diventato impossibile pensare che un governo frutto di uno "stato di necessità", si trasformi in vero governo delle larghe intese. Non perché i suoi protagonisti (Pd e Pdl) siano divisi da chissà quali differenze programmatiche, anzi palesemente non lo sono, ma perché nessuno ha la forza di reggere a lungo il venir meno della "narrazione" che ha strutturato il bipolarismo italiano.

Proprio per questo troviamo inverosimile l'opinione di chi ritiene questo governo quasi inattaccabile. Un'opinione diffusa anche in ambienti a noi vicini. Il compagno Cremaschi ha scritto, ad esempio, che: «Le vicende giudiziarie di Berlusconi sono servite non a indebolire, ma a rafforzare il governo». Un'analisi che sinceramente non riusciamo a comprendere, come se tutto fosse soltanto il frutto di un invincibile ed infinito complotto, e non anche, invece, la conseguenza di uno scontro furibondo all'interno del blocco dominante.

Il governo Letta non ha alcuna vera solidità, nessuna solidarietà interna, niente che possa somigliare ad un pur vago consenso popolare. Oltre che da Napolitano, è tenuto insieme dalla logica del "vincolo esterno" e dalla comune paura di quel che rappresenta (ed ancor più di quel che potrebbe rappresentare) il M5S.

Troppo poco in tempi come questi. E, difatti, il piccolo democristiano che lo guida si guarda bene dal tirarsi fuori dalla logica delle "piccole cose", sulla quale è nato l'attuale esecutivo. Ciò nonostante, i cultori della stabilità fissano il suo orizzonte temporale al 2015. Chi scrive crede invece che questo traguardo non sia possibile.

In ballo non c'è soltanto la cosiddetta "agibilità politica" di Berlusconi, comunque una partita che ben difficilmente porterà ad esiti condivisi nella maggioranza di governo. In ballo non ci sono soltanto le grandi scelte rispetto ai vincoli europei, che diventeranno più stringenti dopo le elezioni tedesche. In ballo c'è anche la nuova legge elettorale, che il capobanda Napolitano considera come lo snodo decisivo del disegno di rilancio coercitivo del sistema bipolare.

Ammesso e non concesso che il parlamento arrivi all'ora x della discussione su questo punto, i casi saranno allora due e soltanto due. O l'accordo verrà trovato, grosso modo sulla base di quello che abbiamo chiamato Violantum, od anche questa volta il tentativo di superare il Porcellum fallirà. Nel primo caso, dopo aver approvato la nuova legge, niente potrebbe più impedire nuove elezioni, venendo meno lo spauracchio dell'ingovernabilità. Nel secondo, l'insuccesso sulla legge elettorale sarebbe la manifestazione più evidente del più generale fallimento del governo Letta-Napolitano.

Dunque, al più tardi agli inizi del 2014, l'Italia sarà di nuovo in campagna elettorale. Ed i trucchetti di questi giorni, volti essenzialmente a prender tempo, appariranno pienamente per quello che sono. Andando al voto le oligarchie tenteranno in ogni modo di restaurare il bipolarismo ferito. Dovremo cercare di impedirglielo in tutti i modi. Quel bipolarismo, però, non esiste più. E se il M5S saprà fare un salto di qualità, ponendosi all'altezza delle aspettative di larghi settori popolari, ne vedremo delle belle.

Chi ha il potere ha molti mezzi. Ma non sempre sono sufficienti a realizzare i propri disegni. Non tutte le ciambelle riescono con il buco. E mai come questa volta il calcolo del potere potrebbe rivelarsi errato.

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mercoledì 28 agosto 2013

FASCISTA CHI?

28 agosto. Su una cosa, com'è noto, siamo d'accordo con Alberto Bagnai: che la moneta unica è destinata a collassare. Fino al gennaio scorso, per la verità, eravamo d'accordo anche su un'altra, ancor più importante: che l'Italia dovesse prepararsi a riconquistare la propria sovranità monetaria —come precondizione per attuare radicali misure di politica economica finalizzate ad evitare l'abisso.

Fino al gennaio diciamo, perché inopinatamente il Bagnai ce lo ritrovammo firmatario di un Manifesto di solidarietà europea....in cui, in nome del salvataggio dell'Unione europea e del Mercato comune, definiti, pensate un po', «la conquista più preziosa dell'integrazione europea», si propone:
« ... una segmentazione controllata dell’Eurozona attraverso l’uscita, decisa di comune accordo, dei paesi più competitivi. L’euro potrebbe rimanere – per qualche tempo – la moneta comune dei paesi meno competitivi. Ciò potrebbe comportare in definitiva il ritorno alle valute nazionali, o a differenti valute adottate da gruppi di paesi omogenei. Questa soluzione sarebbe un’espressione di vera solidarietà europea». 
Ogni discorso sulla sovranità nazionale come conditio sine qua non di quella popolare e democratica gettato nella spazzatura. Nessun riferimento, anche pallido, alle cause della crisi come sistemica del capitalismo occidentale. Niente sulla metastasi della finanziarizzazione, e quindi silenzio assoluto su come farla finita con il predominio delle banche d'affari ed il capitalismo-casinò. Neanche un cenno contro i draconiani piani d'austerrità che stanno affamando i popoli mediterranei. 

Un Manifesto di solidarietà sì, ma con le classi dominanti, alle quali si suggerisce la terapia "giusta" per "rilanciare la crescita" e che vengono quindi messe in guardia:
«Questa situazione rischia di portare allo scoppio di gravi disordini sociali nell’Europa meridionale, e di compromettere profondamente il sostegno dei cittadini all’integrazione europea nell’Europa settentrionale».
Dio ce ne scampi dai disordini sociali! 

Una volta sgamato il Bagnai è uscito fuori dai gangheri. Senza mai entrare nel merito, ha iniziato ad insultare noi e quelli che a vario titolo si son permessi di criticarlo —Albé guarda che non è solo un problema di sbilanci del conto corrente, che l'uscita dall'euro di per sé non è salvifica e che anzi, se pilotata dalle classi dominanti potrebbe causare una carneficina sociale ancor peggiore

La valanga di rimostranze che gli son giunte per quella sua maniera egotica e scomposta di (non)rispondere alle critiche l'ha costretto a cambiate almeno i toni. Ma accecato dall'ira ha finito per peggiorare la situazione. Se i "marxisti dell'Illinois" erano equiparati volgarmente ai vermi, ora sono etichettati come "fascisti".
 
Sentiamo in base a quale criterio:
«Questi ancora oggi difendono l'euro (o fanno riferimento agli "economisti" di "sinistra" che lo difendono), un po' per perseguire un malsano, distorto e strategicamente vacuo internazionalismo, ma un po', se ci fate caso, anche con la segreta, malcelata e malriposta speranza che l'euro faccia "esplodere 'e contraddizzzzzioni der capitalismo" e si riveli così lo strumento della tanto attesa ma mai pervenuta palingenesi.
Sembrano due sentimenti contraddittori, ma la forza degli stupidi, di qualsiasi schieramento, è proprio quella di riconciliare "sentimentalmente" qualsiasi contraddizione, convivendo con essa in perfetta serenità e letizia.
Il corollario è che per questi cialtroni (quelli "de sinistra") aggiustare il sistema monetario europeo, rimuovendo l'euro, significa aggiustare il capitalismo, allontanando la palingenesi, aka "sol dell'avvenire". Quindi ben venga e ben rimanga l'euro coi suoi morti (morti fuori, morti dentro), nel fine superiore della lotta contro la Ciiiina... Oooops, no, scusate: contro il capitalismo». [A. Bagnai.Gli estremi si toccano, 25 agosto Goofynomics]
Sappiamo che egli non fosse molto ferrato in fatto di teoria economica per non parlare di storie delle dottrine politiche, ma l'ignoranza non può essere un'alibi della disonestà intellettuale e morale. Qui il Nostro mischia in modo sleale e infingardo il diavolo con l'acqua santa. Intreccia con un'acrobazia concettuale avventurosa la "sinistra" che difende l'euro e il principio del vincolo esterno (quella, per capirci, che ruota attorno al Pd con tutti i suoi ammenicoli "radicali"), con un certo estremismo di sinistra che in nome di un astratto internazionalismo rifiuta ogni discorso sulla sovranità nazionale e di difesa della democrazia. Ogni persona sana di mente sa bene che tra queste due sinistre c'è un abisso. Ma non è questo che qui ci interessa.

Perché disonestà intellettuale? Per la semplice ragione che il Nostro sa benissimo che c'è una terza sinistra, quella di cui ci onoriamo di far parte, che vuole coniugare sovranità monetaria e nazionale con gli interessi del popolo lavoratore e la prospettiva del socialismo. E' da questa sinistra che del resto gli sono infatti venute le critiche (che le altre due non se lo filano per niente). Il giochetto di prestigio di Bagnai, dopo aver tanto vituperato (per delegittimarli) contro i "marxisti dell'Illinois", è quello di farli sparire nella nuvoletta tossica del "fascismo" o meglio "fascismo rosso". Un altro patetico trucchetto per non rispondere alle critiche. 
Infatti:
 «Addendum delle 12:46: come avrete capito, più che entrare nel merito - cioè nel demerito - di certi squallidi attacchi, mi interessa mostrarvene le radici ideologiche profonde. Una volta svelate quelle, sarete in grado di capire da soli cosa c'è che non va nei marxisti dell'Illinois, li lascerete ragliare in pace, e lascerete me ad ascoltare la musica che preferisco».
[A. Bagnai. Fascismo rosso, 28 agosto Goofynomics]
 Un trucchetto che può funzionare solo per la schiera dei suoi suscettibili adepti. Alcuni di essi, dopo la demenziale azione dimostrativa degli Autonomen contro i tedeschi anti-euro, sono giunti addirittura a chiedere al Bagnai se non tema per la sua incolumità fisica.

Sorvoliamo. Come i nostri lettori sanno noi riteniamo che Bagnai (di qui Bagnasconi) si sia già messo al servizio della destra berlusconiana. Ancora in molti non lo credono possibile. Che il Nostro, attraverso Borghi Aquilini, intrattenga da mesi relazioni strette con dignitari del blocco berlusconiano è un fatto certo. Lui stesso ce lo confessò nel dicembre scorso. Ce lo ribadisce egli stesso rispondendo a chi gli chiedeva come mai se la prendesse tanto con la sinistra e M5S. Sentiamo:
«Non volevo parlarvene, ma visto che lo fate voi, da sinistra non sono solo pervenute critiche sleali, ma anche minacce. Da destra no. (...)
È appena il caso di far notare che altri leader politici hanno invece ritenuto di chiedere a Claudio [Borghi Aquilini, Ndr] o a me, evitando strane manfrine, e che lo spazio dato nel blog di Grillo a "esperti" di varia desinenza (ma tutti merkeliani e euristi) è stato centinaia di volte superiore a quello dato a noi. Poi, se volete, continuate pure a illudervi, ma ditelo, al vostro capo: si salverà chi prenderà posizione prima, non dopo. E l'ora si avvicina».
[Gli estremi si toccano, 25 agosto Goofynomics]
Chi ha orecchie per intendere intenda.



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SIRIA: NO ALL'AGGRESSIONE IMPERIALE di Campo Antimperialista

28 agosto. Nel giugno scorso una delegazione internazionale (di cui faceva parte Moreno Pasquinelli) si recava in Siria, latrice di una proposta di pace concordata con i settori democratici dell'opposizione siriana. Incontri avvenero sia con le autorità siriane che con esponenti delle opposizioni. Ne davamo conto qui. L'impressione che se ne trasse era che né il regime né le ali più oltranziste della rivolta armata fossero interessate ad animare un processo di pace, che dunque la lotta fratricida, fomentata dalle potenze esterne, sarebbe continuata più aspra ancora. L'attacco militare "punitivo" capeggiato dagli Stati Uniti sembra oramai inevitabile. Quale che sarà la sua effettiva portata noi condanniamo quest'attacco, che non avviene per "amore" della pace e delle vite umane, ma solo per riconfermare la supremazia mondiale dell'impero americano.


«Che nel sobborgo orientale di Damasco di al-Ghouta mercoledì 21 agosto siano stati usati gas letali pare non ci sia alcun dubbio. Su chi le abbia usate invece la certezza non c'è. La zona è sotto il controllo di milizie locali che combattono il regime di baathista. Difficile pensare, come ha sostenuto il governo, che i guerriglieri le abbiano usate contro la propria gente. Tuttavia, siccome tra i gruppi guerriglieri non mancano mercenari e agenti provocatori al soldo delle potenze regionali che non nascondono di voler spazzare via Assad (per portare così un colpo fatale a quello che ritengono il nemico principale, l’Iran) non è teoricamente escluso che il gas sia stato da questi ultimi utilizzato proprio per creare il casus belli e costringere Usa e Nato all’intervento.

Viene in mente la cosiddetta “Strage di Racak”, avvenuta il 15 gennaio 1999, che i paesi Nato presero a pretesto per scatenare la infame “guerra umanitaria” contro la Jugoslavia. I morti di Racak furono una quarantina: per l’esercito jugoslavo si trattava di combattenti dell’Uck, per gli occidentali di “civili inermi”.

Nella conferenza stampa di ieri sera il segretario di Stato nordamericano Kerry, tirato per la giacca dai colonialisti imperituri inglesi e francesi, e dai sauditi, ha ufficialmente detto che gli Stati Uniti non staranno alla finestra e che puniranno il regime siriano. Attacchi missilistici sono alle porte. Il Presidente Obama, ha detto Kerry, aveva avvisato Bashar di non superare la “linea rossa”, già nell’agosto 2012 e poi di nuovo nel marzo scorso.

Che possa andare come per il Kosovo è tuttavia altamente improbabile. Allora l’obbiettivo primario della coalizione imperialistica era quello di staccare la regione a maggioranza albanese del Kosovo dalla Jugoslavia. Un obbiettivo realistico se si considera che il governo resistente di Milosevic, indebolito da dieci anni di embarghi, era completamente isolato, mentre si sapeva che la maggioranza dei kosovari, compatta dietro all’Uck, avrebbe accettato, cacciati i serbi, di passare sotto il protettorato Usa-Nato. Solo ad un anno di distanza dallo smacco in Kosovo avemmo a Belgrado il tanto agognato “regime change”, con l’ascesa al potere di satrapi occidentali mascherati da nazionalisti.

Il contesto geopolitico mediorientale non è nemmeno lontanamente paragonabile a quello balcanico degli anni ‘90. E non solo per la centralità che, causa petrolio, la regione ha per il capitalismo mondiale — le borse come si è visto, temendo che l’escalation spinga all’in su il costo del barile, hanno subito bocciato l’idea dell’attacco Usa-Nato. E hanno ragione. Il conflitto latente tra le principali potenze regionali, in primis Iran, Arabia saudita e Turchia (l’Egitto sembra per ora fuori dalla partita, alle prese con l’anarchia interna), potrebbe degenerare e diventare dispiegato.

Gli imperialisti hanno poi un secondo grande problema. Un attacco devastante potrebbe sì mettere con le spalle al muro il regime del Baath, ma chi prenderebbe il potere? I gruppi guerriglieri sono centinaia e aspramente divisi fra loro, con le frange jihadiste in forte ascesa. L’anarchia militare, inevitabile una volta che cadesse il Baath, rappresenta una minaccia anzitutto per Israele.

Il rischio è dunque che la l’attuale guerra civile siriana, che ha già tutti i caratteri di una fitna intercomunitaria e di clan, invece di assopirsi deflagri in maniera ancora più sanguinosa, coinvolgendo i paesi limitrofi, Libano anzitutto. Forse Iraq, Turchia e Giordania.

I militari statunitensi e la Casa Bianca sono perfettamente al corrente di questi rischi. Se attacco porteranno è probabile dunque che sia “limitato”, come quelli missilistici di Reagan contro la Libia nel 1985, o come i bombardamenti aerei intermittenti contro l'Iraq iniziati nel gennaio 1997.

Che tali attacchi circoscritti possano piegare il regime siriano e obbligarlo a sedersi al tavolo negoziale, staremo a vedere. Che possano determinare un “regime change” ne dubitiamo.

Non dubitiamo affatto, invece, che l’attacco va condannato, perché espressione delle pulsioni necolonialistiche e degli appetiti egemonici degli Usa, che così vogliono riconfermare che loro e solo loro sono i padroni del mondo. Ci auguriamo anzi che le forze militari del regime siriano, che da due anni e mezzo stanno martoriando il popolo, infliggano le più alte perdite agli aggressori, così che possano pagare cara la loro tracotanza.

Ciò non cambia il nostro giudizio sulla guerra civile siriana. Una guerra sporca, senza esclusione di colpi, in cui non ci sono buoni da una parte e cattivi dall’altra, ma banditi, predoni e macellai da ambo i lati.

Se le forze che si stanno combattendo rifiuteranno con ogni pretesto di negoziare il cessate il fuoco e di avviare una transizione verso la pace, la guerra civile continuerà e l’aggressione Usa-Nato non potrà che accentuarla».


* Fonte: Campo Antimperialista




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martedì 27 agosto 2013

E' IL KEYNESISMO CHE FA RESPIRARE L'ARGENTINA di Roberto Lampa e e Alejandro Fiorito


27 agosto. Si dice: «FAREMO LA FINE DELL'ARGENTINA», oppure, all'opposto: «OCCORRE FARE COME L'ARGENTINA?». Ecco come stanno davvero le cose riguardo a svalutazione, inflazione, bilancia dei pagamenti e distribuzione dei redditi. Lampa e Fiorito mettono in guardia dalle tesi di Frenkel e Bagnai.


«Il Pil si assesta a un +6%, la disoccupazione scende dal 25 al 7%, la distribuzione del reddito è in costante miglioramento. E senza l'arma della svalutazione del peso.

Agitata a mo' di spauracchio dai sostenitori ad oltranza dell'austerità targata Unione europea o incensata come paradigma da imitare dal grillismo più radicale, l'Argentina occupa ormai uno spazio indiscusso nel dibattito politico italiano: «Faremo la fine dell'Argentina » o «Bisogna fare come l'Argentina » sono diventati così due aforismi, ricorrenti e perfino abusati, nella discussione sulla crisi economica in corso. 


Simili giudizi sono finora restati ad un livello d'analisi estremamente superficiale, scontando per di più l'utilizzo di lenti deformanti "primo-mondiste" con le quali sovente si tenta di osservare il complesso, e talvolta contraddittorio, continente latinoamericano, piegandolo alla stringente attualità nostrana. 

Tuttavia, una volta inquadrato nella sua specificità, il caso argentino può effettivamente contenere alcune indicazioni cruciali per il dibattito sullo stato (comatoso) dell'economia italiana ed europea. 

Riteniamo utile partire dai freddi numeri. 
Tra il 2003 ed il 2011, il Pil argentino è cresciuto in media del 7,6% annuale; nel 2012 ha subito un rallentamento attestandosi al +1,9% (complice l'improvvisa crescita zero della "locomotiva regionale" Brasile, ma anche un brusco freno alla spesa pubblica) ed infine quest'anno si va assestando ad un +6%. 

Vale la pena sottolineare che, come osservato da Mark Weisbrot ed altri, la crescita argentina fino al 2011 è stata la più rapida e corposa del mondo occidentale contemporaneo. Una simile, impetuosa, crescita economica ha ovviamente implicato una forte generazione di posti di lavoro ed una drastica riduzione della disoccupazione, passata dal 25% all'attuale 7,3% nel periodo in esame (con gli ultimi indicatori trimestrali che indicano un'ulteriore contrazione). 

Ma, cosa ben più interessante, è stata accompagnata da un costante miglioramento della distribuzione dei redditi: l'indice di Gini (il cui alto valore indica un'alta disuguaglianza) si è infatti progressivamente ridotto fino all'attuale 0,372. Un traguardo straordinario, se paragonato al resto della regione latinoamericana: in Brasile l'indice di Gini è addirittura pari a 0,52. 

Simili risultati sono stati essenzialmente il frutto di una politica economica interventista e fortemente orientata all'espansione della domanda domestica, le cui chiavi sono state la politica fiscale (accompagnata da una politica monetaria accomodante, implementata da una banca centrale non più indipendente ) ed i molti trasferimenti erogati a vantaggio delle classi medio-basse. 

 Inoltre, la tradizionale vicinanza dei governi peronisti alle centrali sindacali argentine ha prodotto una politica salariale che ha permesso ai lavoratori di tenere il passo dell'inflazione: nonostante quest'ultima sia stimata tra il 20 ed il 25%, attualmente la crescita del salario per il 2013 è prevista attorno al 25,3% (con punte del 31,2% nel settore privato), non pregiudicando il potere d'acquisto dei settori popolari. 

Proprio questa logica ha ispirato l'ostinato rifiuto dei governi Kirchner di svalutare il peso argentino. Non va infatti dimenticato che nei paesi in via di sviluppo gli effetti di una svalutazione sono fortemente regressivi sul piano della distribuzione dei redditi, perché, da un lato, è maggiore la quantità di beni di consumo ed investimento importati [esportati?] e, dall'altro, è più forte il rischio di un effetto trascinamento dei prezzi internazionali sui prezzi domestici. A fugare ogni dubbio, andrebbe sempre ricordato che proprio l'improvvida svalutazione del bolivar a due mesi dalle elezioni è stata all'origine dell'emorragia di voti nei settori popolari che è quasi costata la vittoria a Nicolas Maduro in Venezuela, sebbene questo dettaglio sembra essere sfuggito a molti osservatori del primo mondo. 

In questo senso, non appare convincente la spiegazione di quegli economisti (ad esempio, Bagnai e Frenkel) che individuano nel tasso di cambio competitivo la chiave della crescita argentina, accettando la tesi ortodossa di Rodrik relativa all'esistenza di una correlazione positiva tra il tasso di cambio e la crescita economica. 

Negli anni più bui della crisi globale in corso, ad es. il 2010-11, il peso argentino era infatti tornato a livelli di apprezzamento simili a quelli degli anni della convertibilità col dollaro, eppure il Pil argentino raggiungeva i picchi più alti di crescita (+9,2% nel 2010 e +8,9% nel 2011) ed il prodotto industriale cresceva ancora di più (+9,8% nel 2010 e +11,0% nel 2011). 

Semmai, appare plausibile il contrario: i dati sembrano indicare che la chiave dell'espansione economica argentina risiede nel forte keynesismo che ha ispirato l'azione dei suoi governi, accompagnato da un certo grado di protezionismo e allo sforzo crescente per creare uno spazio di manovra sufficiente per la politica economica, iniziato con il cruciale processo di dis-indebitamento e sganciamento dai prestiti del Fmi, che imponevano draconiane politiche di austerità. In un simile contesto, la svalutazione avrebbe effetti senz'altro regressivi ed opposti a quelli auspicati dalle autorità economiche. 

Né del resto sarebbero scontati i suoi effetti sui volumi del commercio estero, come ampiamente documentato nella letteratura economica argentina (ad es. Berrettoni e Castresana, 2008). Ovviamente, non vanno sottaciute le difficoltà di questo paese e le sfide che in futuro dovrà affrontare. In particolare, va rilevato che almeno una parte della nefasta eredità neoliberale degli anni '90 è ancora presente, sotto forma di un'eccessiva dipendenza dell'economia nazionale dalle importazioni e dal capitale transnazionale, specie nei settori chiave dei beni di equipaggiamento durevoli e dell'energia: tra il 2003 ed il 2011, le importazioni sono cresciute in media del 16,6% annuale mentre le esportazioni soltanto del 6,3% annuale. 

Ciò ha determinato un deficit nelle partite correnti, accompagnato però da un saldo delle
merci ampiamente positivo. Più che evidenziare un problema di competitività, ciò è potenzialmente in grado di riprodurre un paradosso, in passato noto come ciclo di stop and go: la forte crescita del Pil innesca un'impennata delle importazioni (maggiore della crescita delle esportazioni) che genera un crescente disequilibrio di conto corrente della bilancia dei pagamenti. 

Per arrestare questo fenomeno si ricorre a una svalutazione, che, dato il contesto di crescita, fa schizzare l'inflazione fuori controllo, peggiora la distribuzione, raffredda l'economia e annulla gli effetti della crescita economica precedente, condannando il paese a un perenne sottosviluppo. 

Così come non va dimenticata l'assenza di statistiche attendibili sull'inflazione ed una certa timidezza del governo nazionale nel prendere atto delle origini di natura distributiva di questo fenomeno (che si è manifestato con forza a partire dal 2009, anno in cui il salario reale è tornato ai livelli precedenti la crisi e non è invece dovuto all'eccesso di spesa pubblica, come ad esempio argomentano Frenkel e Bagnai) e ad intervenire con un'adeguata politica dei redditi e di controllo dei capitali. 

 Pur tuttavia, ciò che a nostro avviso merita di essere evidenziato è che mentre l'Unione europea annaspa ostaggio del pensiero economico ortodosso e delle ricette neo-liberali propugnate dalle istituzioni internazionali, proprio il Keynes meno addomesticato e l'eterodossia economica strutturalista hanno invece trovato ospitalità nei palazzi di governo dell'economia argentina. Basti ricordare, a mo' di esempio, il recente obbligo per le banche e le assicurazioni di destinare il 5% dei depositi ad investimenti produttivi in settori strategici stabiliti dal Sottosegretariato alla Pianificazione (!): ciò che in Italia farebbe gridare al regime bolscevico, sembra ancora in grado di garantire all'Argentina una crescita economica di tutto rispetto, nonostante la pessima congiuntura internazionale ed alcuni nodi irrisolti. Se ne accorgeranno il governo e gli addetti ai lavori italiani?»


*Roberto Lampa (Universidad de Buenos Aires) e Alejandro Fiorito (Universidad Nacional de Lujan) 


** Fonte: Politica ed Economia

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lunedì 26 agosto 2013

GERMANIA: CRETINI ALLA RISCOSSA di Piemme

26 agosto. Sabato scorso, 24 agosto, a Brema, città della Germania, si svolgeva un incontro pubblico di Alternativa per la Germania (AfD), partito appena nato da una costola dei democristiani della Merkel. AfD è famoso perché è contro la moneta unica e chiede che la Germania ritorni al marco. La foto accanto ritrae un momento dell'incontro di Brema, al quale è intervenuto il leader di AfD: Bernd Lucke. Una cosa tranquilla, quasi una scampagnata estiva, con tanto di famiglie e bambini al seguito.
Ad un certo punto accade l'impensabile. Ne da conto la repubblica
«Violenza in stile paraterroristico dell'ultrasinistra contro 'Alternativa per la Germania' (AfD, Alternative fuer Deutschland), il nuovo partito euroscettico che corre per le elezioni legislative federali del 22 settembre. Un comizio del leader carismatico di AfD, Bernd Lucke, era in corso a Brema, quando un commando di autonomi armati ha assaltato il palco con pugnali, armi improprie, bombolette di gas urticante e pepe urticante. Lo stesso Lucke è stato violentemente spinto a terra, una persona è stata ferita da un colpo di coltello, altre quindici hanno riportato lesioni agli occhi o disturbi respiratori per i gas sparati dagli ultrà. Solo l'intervento della polizia ha messo in fuga gli autonomi».
La cronaca di repubblica contiene palesi esagerazioni. Leggendo infatti i giornali tedeschi sembra che gli Autonomen non abbiano usato né coltelli né armi improprie ma soltanto bombolette di gas urticante. Hanno insomma compiuto un'azione dimostrativa, occupando per alcuni minuti il palco, proprio mentre stava parlando il leader di AfD Bernd Lucke.

Azione simbolica quindi, per attirare l'attenzione dei cittadini tedeschi. Un'azione che merita un giudizio politico. 

Qual era il simbolo che il gruppo di Autonomen voleva colpire? 

C'è tutto un filone della sinistra tedesca, compresi pezzi di quella più radicale, che viene etichettato (non a torto) come "sinistra anti-nazionale".  Due i tratti  ideologici distintivi di questa sinistra: il primo è che ogni forma di nazionalismo è equiparato al nazismo; il secondo è che il nazionalismo tedesco, in ogni sua forma, rappresenta il nemico principale.

Negli ultimi tempi, anche visto il declino dei cascami politici dell'estrema destra, abbiamo assistito ad uno slittamento. Il bersaglio degli autonomen si è allargato, il "populismo di destra", per proprietà transitiva, è stato inglobato nella categoria del "nemico principale" —vedi l'adesivo sopra che circola in Germania. In quanto considerato assimilabile al fascismo e al nazional-socialismo, il partito anti-euro di Bernd Lucke è diventato bersaglio delle azioni dimostrative degli Autonomen.

E' quella degli autonomen antifascisti un'analisi corretta? No, è sbagliata. AfD è certo una frazione politica interna al campo politico della classe dominante tedesca (che comprende i democristiani, i liberali, come pure i socialdemocratici). Non certo però una frazione di tipo fascista. Com'è che gli Autonomen attaccano AfD ma non i comizi di democristiani, liberali e socialdemocratici? Perché AfD è "populista"? Perché è nazionalista? E perché sarebbe più nazionalista degli altri partiti capitalisti? Perché chiede di smontare l'eurozona?

Certo, Bernd Lucke non fa mistero di essere un nazionalista tedesco. Ma è semplicemente ridicolo ritenere che nazionalismo equivalga a fascismo. Basta farsi un giro per l'Europa, a comiciare dalla Francia, per capire che nazionalismo e "populismo" possono sfumare in diversi e anche opposti colori politici.
Bernd Lucke


Quello che hanno capito i tedeschi è che certi estremisti di sinistra, considerando l'AfD simbolicamente un nemico principale, sono favorevoli alla moneta unica, quindi all'euro — oppure, beati loro!, non gliene importa nulla (se lo possono permettere visto che in tasca hanno gli euro-marchi). Quella moneta unica e quell'euro per la cui sopravvivenza interi popoli, a partire da quello greco, ma anche il nostro, si stanno dissanguando.

Chi sono i veri e più pericolosi nazionalisti tedeschi? Quelli di AfD che vogliono la fine dell'euro o quelli come la Merkel che lo difendono ad ogni costo perché attraverso esso la Germania ha di fatto colonizzato il sud e l'est Europa?

Gli Autonomen si considerano internazionalisti. Ma che internazionalisti sono quelli che non condannano uno degli strumenti (l'euro) del revanchismo imperialistico tedesco? Che internazionalisti sono quei tedeschi che sono indulgenti con le frazioni globaliste ed euriste dominati della borghesia tedesca? Globalismo fa rima con internazionalismo, ma è un insulto alla storia del movimento operaio considerare il globalismo e l'europeismo delle classi dominanti come fosse apparentato con l'internazionalismo delle classi oppresse. Ne è anzi l'esatto opposto.

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domenica 25 agosto 2013

GUERRA CIVILE E GUERRA PER PROCURA di L.u.p.o.*


25 agosto. Nella foto i manifestanti di Piazza Tahrir, durante le proteste che nel gennaio 2011 portarono alla caduta del regime militare di Mubarak. Sinistre e islamisti erano allora dalla stessa parte della barricata. Sembra un secolo fa. Ora parte della sinistra egiziana, ha addirittura appoggiato il colpo di Stato dell'esercito mubarakiano.


Può aiutare a comprendere la tragica partita che si gioca in Egitto, la consistenza dei finanziamenti che il paese ha ricevuto nell’ultimo anno di presidenza Morsi: circa 15 ml di dollari da Arabia Saudita e Emirati, 7 dal Qatar, 2 dalla Turchia ed i soliti 1.3 miliardi annuali dagli Usa. 

Ciò da conto della divisione nel mondo sunnita dove Arabia e Qatar rivaleggiano tra loro nel contendere alla Turchia (dalle rinnovate mire neo-ottomane) l’egemonia nell’area e nella umma islamica. Qatar e Turchia si sono prontamente schierati con la Fratellanza Musulmana mentre l’Arabia e le loro dirette propaggini salafite hanno appoggiato il golpe dell’esercito che ha destituito il legittimo governo. 

Gli Stati Uniti sembrano stare alla finestra, limitandosi a reazioni dovute e di facciata, forse illudendosi che questo scontro sia finalizzato a determinare chi potrà offrirsi quale più sicuro alleato. Francia e Germania si agitano invano dimostrando soltanto di tener loro le redini dell’UE e quanto siano impotenti. 

Tutto questo concede una grossa boccata di ossigeno alla Siria, dal momento che la guerra civile egiziana radicalizzerà ulteriormente le già profonde divisioni nelle formazioni internazionali al servizio degli interessi di questi governi che stanno combattendo il regime di Assad. 
 Ma questo è il quadro esterno, con agenti che cercano di intervenire e direzionare processi dalle cause interne profonde e decisive. 

La destituzione di Mubarak, conseguenza di una spontanea quanto disorganizzata ed eterogenea sollevazione di piazza, ha mostrato da un lato la decadenza dei regimi laici nazionalisti e dall’altro che soltanto le forze islamiste avevano la struttura forte per passare all’incasso. Ma quelle mobilitazioni, in parte pacifiche, in parte violente, hanno anche mostrato un protagonismo di masse popolari e giovanili non più disposte a tollerare forme dittatoriali o paternalistico-autoritarie di pseudo-democrazie. Hanno anche mostrato desolanti limiti di prospettiva, dal momento che guardavano prevalentemente a modelli liberali occidentali, insieme a carenze organizzative che dovrebbero far riflettere molto i nostrani fautori del partito leggero o addirittura virtuale. 

Con la Fratellanza Musulmana che aveva invece una organizzazione molto pesante, con legami internazionali, milizie, associazioni caritatevoli e assistenziali è altra cosa ed i militari si sono assunti la responsabilità di gettare il paese in una guerra civile sanguinosa sul modello algerino, ma dalle conseguenze ben più devastanti perché tutto sommato l’Algeria era più defilata, come posizione geopolitica, rispetto ad un Egitto perno degli equilibri tra mondo arabo ed Israele. I settori poveri e rurali della popolazione sostenevano il governo Morsi e costituiscono la base popolare più consistente delle attuali mobilitazioni, animate tuttavia anche da parte dei ceti medi ed intellettuali urbani, i più spaccati al loro interno e tale frattura ha finito per relegare ad un ruolo inconsistente o pilatesco quanti si erano resi protagonisti delle proteste di piazza Tahrir. 

Fermo restando che il golpe e la repressione della legittima rivolta è da condannare e tutte le ragioni siano oggi della Fratellanza musulmana, non possiamo esimere critiche alle scelte di avventato equilibrismo operate dal governo Morsi. In politica estera si è premurato di assicurare Usa ed Israele, garantendo continuità nei trattati e tagliando anche alcune linee di rifornimento per Hamas e Gaza; poi si è recato con noncuranza a fraternizzare con Ahmadinejad, per poi strizzare l’occhio ad Erdogan, appoggiando il suo interventismo in Siria ed interrompendo le relazioni con Damasco. Insomma ha dato prova di un eclettismo che ha finito per scontentare molti. 

All’interno ha cercato di forzare l’islamizzazione del paese in una società dove il laicismo era profondamente penetrato, soprattutto nelle realtà urbane, contribuendo in questo modo ad esasperare quella polarizzazione sociale che ha fornito ai militari, ossia al vecchio blocco di potere, il pretesto per il colpo di mano. 

Una soluzione ragionevole potrebbe essere quella di fermare la repressione e formare un Esecutivo di salvezza nazionale che attui la liberazione dei dirigenti e manifestanti imprigionati, consegni l’esercito nelle caserme ed indica nuove elezioni, ma temiamo che non sia tempo della ragione, tantomeno ci si può aspettare pressioni autorevoli dalla cosiddetta comunità internazionale che attraverso le sue istituzioni, Onu in primis, si è finora adoperata a soffiare sul fuoco dei conflitti d’area per perseguire i propri interessi.


* L.u.p.o. - Lotta di Unità Proletaria Osimo (An)

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sabato 24 agosto 2013

PALESTINA: VIGNETTTE PER NON DIMENTICARE di Maurizio Fratta

24 agosto. C’è un luogo dal quale la testimonianza dell’inaudito sacrificio imposto con la forza delle armi al popolo palestinese ci appare con più evidenza. C’è uno sguardo che, tra i tanti, ci sembra penetrare di più in quella realtà. E c’è un fronte di lotta dal quale la narrazione dell’esproprio della terra subito dai pale-stinesi e della loro condanna alla miseria e alla emarginazione ci restituisce senso e verità.

In Val di Susa, nei primi di giugno, si è tenuta a Bussoleno la seconda edizione di Una montagna di libri contro il Tav, l’iniziativa che dal maggio del 2012 vede confrontarsi scrittori, musicisti, editori e tutti coloro che lavorano nel campo dell’immaginario con il popolo No Tav e con quanti si oppongono alla costruzione della linea Torino-Lione e alla rapina del territorio. 


Anche quest’anno tutto è girato intorno alla Libreria del Sole e alla sua infaticabile libraia, Rita Cevrero: incontri con gli autori, mostre fotografiche, intermezzi musicali, letture di testi teatrali e poetici. 

Sul banchetto di uno degli editori partecipanti le copie fresche di stampa di Filastin l’arte di Resistenza (Eris Edizioni), una raccolta di 175 disegni e vignette di Naji Al-Alì, l’artista palestinese assassinato a Londra il 22 luglio del 1987 che ha dato vita ad Handala, il personaggio-bambino che non ha volto, diventato nel mondo l’icona della lotta del mondo arabo. Naji Al- Alì, nato nel 1936 nel villaggio di Asciagara in Galilea, diventa profugo nel ’48 quando, con la proclamazione della costituzione dello Stato di Israele da parte di David Ben Gurion, lo scontro interetnico e la guerra non si possono più scongiurare.
Naji Al-Alì


Nel corso di pochi mesi l’usurpazione delle terre e la distruzione dei villaggi palestinesi causa la deportazione di 750.000 arabi che saranno rimpiazzati dai 687.000 ebrei giunti in Palestina nel triennio ’48-’51. A segnare indelebilmente anche la vita di Naji sarà proprio la Nakba (la Catastrofe), quella “causa profonda del conflitto” che ci appare fondamentalmente ancor oggi – così come scrisse già nel 1969 Maxime Rodinson – «la lotta di una popolazione indigena contro l’occupazione da parte di stranieri del suo territorio nazionale». (1) 


Naji troverà rifugio con la sua famiglia nel sud del Libano nel campo profughi di Ain Al-Hilwa, nei pressi di Sidone, e non ritornerà mai più in Palestina.
Da quel piccolo carcere dove «ci guardavamo intorno chiedendo aiuto a tutte le forze del bene» come disse in un’intervista rilasciata nel 1984 e riportata nel libro, Naji incominciò ad avvertire il bisogno di dare una forma alla sua indignazione per la prepotenza subita e per esprimere la radicalità delle sue posizioni politiche. Lo fece disegnando. 

«Tutte le volte che venivo arrestato ero attento ad avere con me la mia matita anche in carcere» scrisse. Così nacque Handala il bambino-profugo che veniva dal campo di Ain Al-Hilwa, l’alter ego dell’artista, testimone inconciliabile della causa degli oppressi del mondo, e con lui, nelle sue vignette, vennero alla luce le ricorrenti figure dei profughi che dal ’48, ancora oggi, continuano a marcire segregati nei campi e ritratti nei poveri panni dei contadini che difendono strenuamente diritti e identità o quelle dei fedayin con il volto e la testa avvolti nella kefiyah. Così come non mancano le rappresentazioni dei nemici ,vuoi che abbiano le sembianze dei soldati israeliani con la stella di David sull’elmetto, vuoi quelle degli osceni borghesi arabi sempre ritratti in forme abominevoli e debordanti. E la dolente immagine di una giovane e fiera donna altro non è che il simbolo della Madre Terra Palestina alla quale si anela tornare come nella casa del villaggio natio della quale non si sono smarrite le chiavi, appese al filo spinato.

In questi giorni la già drammatica situazione dei profughi accampati a Sidone è totalmente fuori controllo a causa dello straripante flusso di profughi provenienti dalla Siria in guerra. Agli ottantamila stabilmente residenti nei due chilometri quadrati che misura il campo se ne sono aggiunti altri ventiduemila palestinesi e siriani. Sostenere il popolo palestinese significa soprattutto non far cadere nell’oblio la storia politica e le espressioni artistiche e culturali che ne preservino l’identità.



Il Comitato di Solidarietà con il Popolo Palestinese di Torino che ha sostenuto l’iniziativa editoriale congiuntamente a Eris Edizioni devolverà il ricavato della vendita di questo libro a quanti in in Palestina, fuori e dentro i campi, continuano a combattere, a resistere e a sopravvivere.


Note

1) Maxime Rodinson, Israele e il rifiuto arabo, 75 anni di storia - Einaudi 1969




* Fonte: L'Altra Pagina

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venerdì 23 agosto 2013

SI ESCE DALLA CRISI? Brancaccio, Beltratti, Calzolari

23 agosto. Intervista ad Andrea Beltratti (Università Bocconi di Milano, presidente di Banca Intesa San Paolo), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Michele Calzolari (presidente Assosim).

D. Il nuovo allarme sui mercati da cosa dipende?

Beltratti: “I mercati azionari ad agosto sono più volatili del solito perché mancano investitori istituzionali. Non dovevamo entusiasmarci tanto nei giorni scorsi, quando le Borse andavano bene, e non dobbiamo allarmarci troppo adesso. Sul piano internazionale la flessione è legata alla decisione monetaria della Fed, ma in Italia dipende dall’incertezza politica”.

Brancaccio: “Già da qualche tempo avevamo registrato, a Wall Street e altrove, prezzi che non erano giustificabili alla luce dei profitti delle società quotate. Si trattava dell’effetto di manovre speculative. Un trend che si ripete, dopo il tracollo del 2007-2008. Ora sono bastati pochi segnali da parte della Fed per mettere in crisi un mercato già contraddittorio”.

Calzolari: “La correzione da parte delle Borse è legata ai timori che i rialzi dei giorni scorsi non dipendano dall’economia reale ma dalla liquidità immessa dalla Fed e dalle banche europee. Però, i segnali di ripresa sono confortanti per il futuro”.


D. Lo spread tra i tassi d’interesse italiani e tedeschi è destinato ad altre impennate?

Beltratti: “Per capire cosa accadrà sul fronte dello spread bisogna attendere l’evoluzione delle vicende politiche italiane. Se cresce il rischio di una crisi del governo Letta, è possibile che anche lo spread subisca pericolose impennate.

Brancaccio: “La situazione di crisi gravissima che attraversano i Paesi periferici dell’eurozona diverrà insostenibile nel lungo periodo. I problemi del debito, pubblico e privato, non si stanno risolvendo, perché l’austerity ha depresso i redditi della popolazione. Gli operatori sui mercati finanziari sanno che per questi Paesi resta alto il rischio di uscita dall’euro, con il corollario della svalutazione. Essi quindi sono indotti ad esigere rendimenti più alti per coprirsi. Per questo è probabile che i tassi d’interesse saliranno di nuovo, e quindi salirà anche lo spread”.

Calzolari: “Nei giorni scorsi c’era stata una discesa dello spread soprattutto perché erano saliti i tassi d’interesse tedeschi. Se si va verso la ripresa, i tassi dovrebbero aumentare. Per l’Italia, la vera preoccupazione non è tanto la tenuta del governo del Paese, ma se sarà in grado di cogliere la ripresa e attuare le politiche di sostegno, considerata la scarsità delle risorse”.

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(intervista di Cinzia Peluso)
Fonte: Il Mattino, 21 agosto 2013

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giovedì 22 agosto 2013

GLOBALIZZAZIONE, SOVRANITA' DEL MERCATO E STATO NAZIONE di Ernesto Screpanti

22 agosto. In che senso si può ancora parlare di imperialismo? E se sì che tipo di imperialismo abbiamo di fronte?
Pubblichiamo un'anticipazione del libro di Ernesto Screpanti (nella foto) L'imperialismo globale e la grande crisi.

La tesi centrale di questo libro è che con la globalizzazione contemporanea sta prendendo forma un tipo d’imperialismo che è fondamentalmente diverso da quello affermatosi nell’Ottocento e nel Novecento.

La novità più importante consiste nel fatto che le grandi imprese capitalistiche, diventando multinazionali, hanno rotto l’involucro spaziale entro cui si muovevano e di cui si servivano nell’epoca dei grandi imperi coloniali. Oggi il capitale si accumula su un mercato che è mondiale. Perciò ha un interesse predominante all’abbattimento di ogni barriera, di ogni remora, di ogni condizionamento politico che gli Stati possono porre ai suoi movimenti. Mentre in passato il capitale monopolistico di ogni nazione traeva vantaggio dalla spinta statale all’espansione imperialista, in quanto vi vedeva un modo per estendere il proprio mercato, oggi i confini degli imperi nazionali sono visti come degli ostacoli all’espansione commerciale e all’accumulazione. E mentre in passato il capitale monopolistico aveva interesse all’innalzamento di barriere protezionistiche e all’attuazione di politiche mercantiliste, in quanto vi vedeva un modo per difendersi dalla concorrenza delle imprese di altre nazioni, oggi il capitale multinazionale vota per il libero scambio e la globalizzazione finanziaria. La nuova forma assunta dal dominio capitalistico sul mondo la chiamo “imperialismo globale”.

Una seconda novità è che nell’impero delle multinazionali cambia la natura della relazione tra Stato e capitale.

Sta venendo meno quel rapporto simbiotico basato sulla convergenza dell’interesse statale alla costruzione della potenza politica e dell’interesse capitalistico alla creazione di un mercato imperiale protetto. Oggi il grande capitale si pone al di sopra dello stato nazionale, nei confronti del quale tende ad assumere una relazione strumentale e conflittuale ad un tempo. Strumentale, in quanto cerca di piegarlo ai propri interessi, sia con l’azione diretta delle lobby sia con la disciplina dei “mercati”. Conflittuale, in quanto la dislocazione dei suoi interessi su uno spazio mondiale genera nelle economie delle nazioni, soprattutto quelle a capitalismo avanzato, delle difficoltà economiche che mettono in crisi la funzione di “capitalista collettivo nazionale” assunta in passato dagli stati.

Quella funzione, nei regimi imperiali otto-novecenteschi, era necessaria per dare il sostegno della nazione alle politiche fatte al servizio del capitale. Ed era resa possibile dall’afflusso di plusvalore proveniente dalle colonie. Lo stato operava per distribuire parte del plusvalore tra le varie classi sociali, in modo da creare un blocco sociale capace di stringere gli interessi della collettività intorno a quelli del capitale. Quella forma d’imperialismo generava nelle metropoli delle consistenti aristocrazie operaie e rendeva possibile la formazione di partiti riformisti che miravano a servire gli interessi immediati del proletariato conciliandoli con quelli della nazione.

Oggi quella funzione è venuta meno, perché il libero movimento dei capitali e delle merci opera in modo da mettere i lavoratori del Sud del mondo in competizione con quelli del Nord. La globalizzazione determina una redistribuzione del reddito dai salari ai profitti che genera una disuguaglianza crescente in tutti i paesi del mondo. Di conseguenza la capacità politica di costruzione della pace sociale all’interno è venuta meno in ogni nazione, mentre si moltiplicano le occasioni per un inasprimento del conflitto di classe. Sul piano delle politiche sociali, allo stato è riservata soprattutto la funzione di “gendarme sociale”: deve assicurare le condizioni legislative, giudiziarie e poliziesche per disciplinare il lavoro e renderlo disponibile a uno sfruttamento crescente. La scomparsa delle aristocrazie operaie e il conseguente riorientamento delle politiche del lavoro in senso repressivo è la terza novità apportata dalla globalizzazione contemporanea.

Una quarta novità riguarda il modo in cui è esercitato il governo del mondo. Nell’imperialismo globale l’uso della forza militare per sottomettere e disciplinare la Periferia da parte del Centro capitalistico non è certo venuto meno, ma sta passando in secondo piano rispetto ai meccanismi disciplinari operanti attraverso le leggi “naturali” dei mercati. L’impero globale non ha bisogno di un imperatore; cionondimeno il suo imperium sta diventando più efficace che mai. È l’efficacia assicurata da meccanismi oggettivi nei confronti dei quali i popoli sembrano disarmati. Le migliaia e migliaia di teste che dirigono le imprese multinazionali, anche se operano in competizione le une con le altre, concorrono univocamente a dare forza a quei meccanismi perché gareggiano tutte nel perseguimento dello stesso obiettivo: l’accumulazione del capitale.

L’imperialismo globale delle multinazionali, forte dell’ideologia neoliberista, tende a instaurare nel mondo quella che è stata definita l’utopia della stateless global governance. Il ruolo degli stati viene riconsiderato. In un mondo perfetto dovrebbero diventare degli “stati minimi” preposti principalmente alla funzione interna di “gendarme sociale”, visto che i lavoratori si ostinano dappertutto a non comportarsi come semplici venditori di una merce. Di tutto il resto, cioè dell’equilibro sociale su scala mondiale, si occuperebbero i mercati.

Senonché, al buon funzionamento dell’impero globale sono necessarie tre funzioni di governance centrale che richiedono l’azione di alcuni grandi stati sulla scena internazionale. La prima di tali funzioni è quella di sceriffo globale, e deve essere assolta da una potenza militare capace di disciplinare i paesi recalcitranti alla globalizzazione e di aprire i loro mercati alla penetrazione del capitale multinazionale. La seconda è quella di banchiere globale, e serve alla produzione della moneta che funge da principale strumento di pagamento e di riserva internazionale. La terza è quella di motore dello sviluppo: è resa necessaria dal fatto che l’accumulazione del capitale nei paesi emergenti e in via di sviluppo è trainata dalle esportazioni, cosa che presuppone l’esistenza di almeno una grande economia avanzata che cresca espandendo le proprie importazioni. Vedremo che nello svolgimento delle tre funzioni è emerso negli ultimi vent’anni qualche contrasto tra le grandi potenze. E questa è la quinta novità.

Per assolvere le tre funzioni è necessario piegare l’azione politica delle grandi potenze tradizionali a servire un interesse collettivo del capitale multinazionale piuttosto che quello della borghesia nazionale, per non dire quello dei cittadini. Così, per essere precisi, bisognerebbe parlare, più che di una stateless, di una sovereignless global governance. Nella misura in cui gli stati sono espressione della volontà dei cittadini, essi sono piegati dai mercati a svuotare di sostanza la democrazia e a trasformare le istituzioni preposte alle decisioni pubbliche in semplici apparati di formazione del consenso e di repressione del dissenso. L’imperialismo globale tende ad ammazzare la democrazia, secondo una modalità che è stata ben espressa dalla felice metafora di un esponente del capitalismo multinazionale: “il mercato è sovrano”. Questa è la sesta novità.

Una settima infine riguarda il ruolo giocato dalle crisi economiche per scombinare e ricombinare gli equilibri politici internazionali e i rapporti sociali entro ogni nazione. Le crisi della globalizzazione da una parte si presentano come momenti di esplosione delle contraddizioni capitalistiche, dall’altra però assumono il significato di un’accelerazione dei processi di disciplinamento a cui i “mercati” sottopongono gli stati, i popoli e le classi subalterne.

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martedì 20 agosto 2013

L'ECONOMIA È SCIENZA? E DI CHE TIPO? di Moreno Pasquinelli

19 agosto. Nel dibattito innescato nel maggio scorso dalle nostre critiche al "Bagnai-pensiero" uno dei punti venuti fuori è quello se l'economia sia una scienza e, nel caso lo fosse, di che tipo. Ci pare utile ripubbblicare un articolo del luglio 2010 che affronta proprio questo tema.

DI CHE SCIENZA STIAMO PARLANDO?

È più grave la crisi economica del capitalismo o quella teorica degli economisti? In risposta a Antonio Guarino

Che l’ultima crisi economica sia una cosa serissima lo si vede anche dagli effetti teorici collaterali: nessuna delle recessioni recenti aveva mobilitato come questa le truppe speciali mentali del sistema. Centinaia di economisti, accademici o addirittura premi Nobel, disquisiscono da almeno tre anni sulle cause della crisi, sulle terapie per uscirne, nonché sull’efficacia delle misure poste in essere dai governi. Testate come Financial Times, Economist, Wall Street Journal e, da noi, Il Sole 24 Ore, pubblicano un giorno sì e l’altro pre, interventi e contro-interventi. Il risultato è una vera e propria babele. Tutti contro tutti. «La conclusione è sconcertante: gli economisti sono divisi in tribù: liberisti, post-keynesiani, marxisti, monetaristi, sraffiani, neoclassici; e non si mettono d’accordo su nulla». (1)

Questa babele è significativa: demolisce la pretesa che l’economia sia una scienza, almeno nella sua apparente accezione empiristico-galileiana, che è quella che va per la maggiore tra gli stessi accademici. Ove il galileismo in economia è in verità, oramai, una metafora per intendere la più brutale matematizzazione dei modelli e delle teorie economiche. Ma su questo torneremo più avanti.

In verità l’affermazione di cui sopra contiene un falso. L’analisi attenta di questa “sconcertante” olimpiade accademica tra economisti, vede gareggiare solo partigiani del capitalismo, per quanto multiformi siano le loro posizioni dottrinarie. Nessun economista marxista è stato infatti ospitato da queste blasonate testate, e chi volesse ascoltare le voci marxiste deve andarsele a cercare negli abissi di internet o in qualche rivista cenacolare. La qual cosa è sintomatica. E’ vero che si assiste ad una riscoperta di Marx, ma essa matura sottotraccia e gli organi di stampa liberali, tranne rarissime eccezioni, si guardano bene dal dare voce ai marxisti, verso i quali opera un ostinato ostracismo.

Cosa intendano per “economisti marxisti” i sodali mentali e gli accademici del capitalismo-casino è presto detto, si riferiscono ad esempio allo “Appello dei cento” (da noi pubblicato l’altro giorno). 


Cosa ci sia di marxista è per noi difficile da capire, per Antonio Guarino invece, luminare della London School of Economics, è quanto mai evidente. Sentiamo: 
«L’Appello dei 100 economisti si basa su teorie marxiste, a cui la comunità scientifica internazionale non da alcun valore, semplicemente per lanciare un messaggio politico. Non a caso l’Appello ci spiega all’inizio “che l’attuale instabilità dell’Unione monetaria costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile profilo liberista del Trattato dell’Unione. E’ questa un’affermazione scientifica? Ovviamente no, è solo una dichiarazione ideologica». (2) 
Abbiamo così che Guarino demonizza (lui sì in modo ideologico!) l’Appello dei cento come “marxista” in virtù della ferma condanna del liberismo e delle scelte rigoriste adottate di recente dalla BCE e dai governi europei. E’ evidente che Guarino, della teoria economica marxista, non ha capito un’acca, quali che siano i titoli onorifici o accademici che gli hanno attribuito. Anche il più sprovveduto tra gli economisti teorici dovrebbe sapere, ed usiamo il condizionale non a caso, che la denuncia del liberismo a la riproposizione di una politica economica espansiva, di stimolo dei consumi interni, sta al marxismo più o meno come l’animismo sta all'Islam. Tutt’al più, l’Appello dei cento, avanza una miscela a base di keynesismo e di sraffismo, ma nulla, decisamente nulla a che vedere col marxismo. In nessuna parte dell’Appello i firmatari utilizzano l’impianto categoriale marxista, in nessun modo spiegano la crisi andando alla radice, alle contraddizioni intrinseche del modo capitalistico di produzione. E’ di tutta evidenza che essi non partono affatto dalla teoria marxiana del valore (e del plusvalore). L’Appello, politicamente parlando, non a caso sostiene le più classiche ricette socialdemocratiche.

Tuttavia il bello sta da un'altra parte: veniamo a sapere che definire liberisti le concezioni che sono state alla base dell’euro e dei successivi trattati, nonché i piani di rigore di recente adottatati, è considerato dalla “comunità scientifica”... "volgare ideologia". Ciò è come minimo disarmante e la dice lunga su cosa questa “comunità” intenda per scienza. Che l’euro sia nato all’insegna di concezioni liberiste e monetariste, anche stando alla discutibile dicotomia weberiana, è infatti un banale “giudizio di fatto”, e non anzitutto “di valore”. Se affermo che Milton Friedman, in quanto fondatore della scuola monetarista, era un “liberista convinto”, compio forse un oltraggio alla scienza? Ovvio che no! Dare un nome alle cose non è “ideologico”, è al contrario un imprescindibile modalità della scienza di cui Guarino immagina essere una vestale, proprio come un etologo è tenuto ad attenersi ad una rigorosa classificazione del mondo animale, distinguendo ad esempio i mammiferi dai molluschi. Evidentemente per Guarino, dire che la tigre è una bestia, è … pura ideologia.

L’intervento di Guarino (L'ideologia è un vecchio arnese) è disarmante proprio su quello che dovrebbe essere il suo punto di forza, quando, in indiretta polemica col marxismo, deve spiegare cosa sia la cosiddetta “scienza economica”.
Ecco la seconda chicca teorica: 

«Che scienza è quella in cui ci si distingue in scuole, peraltro chiaramente legate a opinioni politiche? Per fortuna le cose non stanno così. In tutti i dipartimenti di economia del mondo in cui si fa ricerca scientifica, da Harvard a Standford alle migliori scuole europee, gli economisti non si distinguono in base a faziose visioni del mondo, ma solo in base alla specializzazione scientifica. (…) La scienza economica progredisce con ricercatori che propongono nuove teorie e altri che le sottopongono a verifica empirica. Così si fa in economia, così come in tutte le scienze. I ricercatori di economia cercano solo di capire i fenomeni economici con gli strumenti matematici e statistici che negli anni hanno sviluppato, non vogliono proporre una visione del mondo». (3) 
Che abbiamo? Che scienza equivale per Guarino a specializzazione, matematizzazione e successiva verifica empirica. Senza scomodare Feyerabend, di sicuro anche Popper resterebbe basito. Notoria è la spocchia che certi cattivi scienziati hanno per la filosofia; vaglielo a spiegare che la loro concezione della scienza è anch’essa una “visione del mondo”. Vaglielo a spiegare che la matematizzazione compulsiva è indizio sicuro di razionalismo cartesiano se non di vero e proprio platonismo pitagorico, che quindi dietro ad ogni empirismo radicale c’è un malcelato idealismo filosofico altrettanto dogmatico!

Veniamo così a sapere che la “comunità scientifica” “cerca solo di capire i fenomeni”, e che “le migliori scuole… non si distinguono in scuole”, tanto più se “legate ad opinioni politiche”. Siamo quindi in presenza, in barba all’epistemologia moderna, della puerile e antidiluviana idea che i fenomeni sociali, tanto più quelli attinenti alla società capitalistica, possano essere considerati alla stregua di quelli fisici o naturali. Dobbiamo ancora conoscere un economista che non abbia un’idea politica, e che in sede analitica possa sbarazzarsi delle sue idee politiche, così come ci si libera di un paio di scarpe. Il solo fatto che la “comunità scientifica” di cui parla il Guarino la pensi a questo modo, ovvero che studi il capitalismo a prescindere dalla sua storicità, che non consideri la sua natura antagonistica, è indice sicuro di una determinata concezione del mondo, quella della società borghese, che considera sé stessa eterna nonché perfettibile, sinonimo, sic et simpliciter, di economia.
Del resto l’idea che lo scienziato, anche quello fisico, possa porre tra sé e l’oggetto da indagare, un arbitrale distacco, è una stupidaggine della più bell’acqua.

Se le cose stessero davvero come proclama Guarino, come mai la babele? Le divergenze tra economisti attengono forse solo alla sfera delle tecniche? Dei modelli matematici o statistici? O non sono anzitutto riferibili a diverse dottrine o scuole? E ove si trattasse di scuole e dottrine, come in effetti è il caso, sono esse scevre da condizionamenti politici? Non hanno forse esse un pur implicito sostrato ideologico? Peggio: non debbono forse rispondere ai loro famigerati committenti (quasi sempre grandi gruppi finanziari e bancari globali)

Sentite cosa dice Guarino: 

« Certo che c’è un dibattito scientifico che va avanti e vengono espresse valutazioni diverse. (…) Questo dibattito scientifico deriva dal fatto che si fa fatica a scoprire la verità, semplicemente perché il ciclo economico, la crescita, le crisi finanziarie, etc. sono fenomeni molto complicati dei quali abbiamo ancora una comprensione tutt’altro che perfetta». (4)
Si fa dunque fatica a scoprire, niente meno, che la “verità”. Cosa intende Guarino per “verità”? Tutto ci saremmo aspettati, da un accolito della concezione primitiva ed empiristica sulle scienze, meno che egli stesse cercando la “verità”. Un empirista dovrebbe almeno sentirsi in dovere, tra una ricerca di modelli matematici e l’altra, di farsi una ripassata, se non altro, di David Hume, che da scettico realista qual’era, sottolineava i limiti della ragione umana, e liquidava “la ricerca della verità” come l’oggetto per antonomasia di “filosofie astruse, precettive e consolatorie”.

Siamo dunque al di sotto dello stesso empirismo, siamo davanti alla pura e semplice ignoranza, che Guarino pensa di giustificare affermando bellamente che «Leggere La Teoria generale di Keynes non serve a niente: un chimico o un biologo non consultano libri di 200 anni fa ma guardano alle scoperte più recenti». (sic!).

In questa affermazione intimidatoria quanto volgare, c’è in effetti un salto logico rispetto all’empirismo, che faceva spallucce rispetto alla filosofia, o degli economisti neoclassici rispetto al marxismo. C’è tutta la tracotanza dello scientismo lillipuziano di scuola anglosassone che pretende di essere considerato la “sola scienza”, che non ha ancora scoperto la verità, ma dichiara di essere il solo in grado di scovarla.

Per tornare al nostro titolo, la presunzione di questi sacerdoti della neo-scienza imperialistica è pari solo al loro fallimento. La crisi storico-sistemica è sopraggiunta, e i nostri “scienziati” non sanno che pesci pigliare. Essi saranno dunque gli ultimi a poter scoprire le cause della crisi, che le si può trovare solo andando alla radice, e per andare alla radice di un sistema sociale in gravissima crisi, l’econometria, la matematica, le diavolerie algoritmiche, servono a ben poco. Serve appunto la scienza, ovvero un pensiero radicale. Ma chiedere a questi “scienziati” un pensiero radicale è come pretendere di cacciare sangue da una rapa.

Una prova inquietante di questa sì radicale e costitutiva impotenza, non solo metodologica, ce la da William Scarpe, anche lui professore emerito e Nobel per l’economia. Per dare un’idea dello stato confusionale in cui versano gli economisti (e le giurie del Nobel) e in che cosa egli sia affacendato mentre il capitalismo occidentale crolla dalle fondamenta, citiamo da una sua recentissima intervista:

«D. Ci parla degli esperimenti di finanza comportamentale che sta facendo? 
R.Sto lavorando a un test che usa un software per cambiare il look delle foto dei soggetti dell’esperimento, mentre fanno delle scelte sulla loro pensione. I soggetti sono giovani lavoratori che si possono muovere su una scala grafica che va da sinistra —zero risparmi— a destra, il massimo di risparmi: andando verso sinistra la faccia di un giovane diventa sempre più felice, ma la sua faccia da vecchio, elaborata al computer, è sempre più triste, viceversa verso destra il vecchio diventa più felice. Io sto costruendo la parte finanziaria del test. Di fronte a una rappresentazione visiva delle conseguenze delle proprie scelte la gente dovrebbe capire meglio che deve risparmiare di più». (5)
Minchia!

Note

(1) Il Sole 24 Ore, 18 luglio 2010
(2) Il Sole 24 Ore, ibidem
(3) Il Sole 24 Ore, ibidem
(4) Il Sole 24 Ore, ibidem
(5) Corriereeconomia, 19 luglio 2010

Continua »

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