venerdì 31 maggio 2013

«FILO ROSSO»: SEMINARIO DI STUDI POLITICI (19-23 agosto 2013) MATERIE E RELATORI



Qui accanto l'ostello dove si svolgerà il seminario di studi.
Più sotto le materie del Seminario, che saranno svolte in lezioni da un'ora ciascuna dal lunedì al venerdì. Le lezioni inzieranno alle ore 09:00 per terminare alle ore 13:00

Nei pomeriggi, dalle ore 17:00 alle ore 20:00, saranno trattati cinque temi monografici di appprofondimento.

In fondo le modalità per prenotare e partecipare.






 Prima materia


ABC delle teoria economica marxista 
Docente: Moreno Pasquinelli
Redattore di sollevAzione, dirigente del Movimento Popolare di Liberazione







Seconda materia:

Avvento e declino del capitalismo-casinò
Docente: Bruno Amoroso
Economista e saggista, presidente del Centro studi F. Caffè, autore del libro Oltre l'euro









 Terza materia:


Genesi, struttura e crisi dell'Unione europea
Docente: Fiorenzo Fraioli
Redattore di Eco della Rete, attivista di Ars









Quarta materia:

Storia del movimento operaio italiano
Docente: Maria Ingrosso
Militante del Movimento Popolare di Liberazione




Quinta materia:


Il socialismo che noi vogliamo
Docente: Ernesto Screpanti
Docente di Economia politica Università di Siena, intellettuale marxista, autore di numerosi libri e saggi







 

Primo Tema monografico
 E' ancora valida la legge del valore
Docente: Ernesto Screpanti


Secondo tema monografico 
Il pensiero economico di J.M. Keynes
Relatore: Marco Passarella
Ricercatore presso l'Università di Leeeds (UK), coautore con E.Brancaccio del libro L'austerità è di destra






Terzo tema monografico
Sovranità monetaria e questione nazionale
Relatore: Marino Badiale
Docente di matematica Università di Torino, blogger, autore del libro La trappola dell'euro








Quarto tema monografico:
Anni '70: lotte operaie nelle grandi fabbriche 
Relatore Corrado Delle Donne
Avanguardia storica degli operai dell'Alfa Romeo di Arese, diregente Slai Cobas




Quinto tema monografico:
Stato, democrazia, socialismo 
Relatore: Moreno Pasquinelli



«Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario»


Decenni di assuefazione all’ideologia liberista, al "pensiero unico" dominante, al dominio economico politico e culturale del più sfrenato capitalismo, hanno intorpidito le coscienze, spento la loro capacità di analisi, comprensione e critica della realtà e annullato la speranza, soprattutto fra noi giovani, di poter fare qualcosa per rivoluzionare questo stato di cose.


Siamo studenti in un sistema scolastico che azzera la memoria e annulla ogni coscienza critica.


Siamo precari in un paese che non offre più lavoro. In cui la sanità pubblica, allo sfascio, non può più curarci. Dove i nostri padri e nonni crepano per due soldi di pensione, mentre noi la pensione non ce l’avremo neppure. I dominanti, in nome dell’euro, ci impongono i loro diktat, il capitale delocalizza le fabbriche e costringe i nostri migliori cervelli ad emigrare.


Se le cose stanno così c’è un motivo, c’è una spiegazione, c’è una soluzione.
Lo stato di cose in cui viviamo ci dice che dev’essere cambiato. Non siamo più disposti a marcire nella gabbia sociale e ideologica in cui ci hanno rinchiuso.


Vogliamo capire le cause del marasma, come mai siamo diventati sudditi in una democrazia tiranna, che inneggia ai diritti civili e umani, mentre a milioni non arriviamo a fine mese, e così in tanti decidono addirittura di farla finita.


Vogliamo imparare come funziona questo sistema, quali sono le sue contraddizioni e i suoi punti deboli, vogliamo trovare la leva con cui scardinarlo definitivamente.


Vogliamo imparare a resistere e lottare.


Molti di noi hanno espresso nelle urne la loro indignazione, Oggi vediamo cosa vuol dire mandare in parlamento dei cittadini come noi, ma del tutto impreparati alla sfida di cambiare il paese.


Vogliamo iniziare un percorso di studio collettivo, che allarghi le nostre conoscenze, che stimoli le menti e ci aiuti a capire quale possa essere l’alternativa, affinché ne usufruiscano non solo i giovani del MPl, ma tutti quelli che sono decisi a rovesciare l'ordine di cose esistente.
Il Seminario si svolgerà in Umbria, nei pressi di Perugia, da lunedì 19 a venerdì 23 agosto, nell'Ostello della Gioventù «Villa giardino». Gli arrivi sono previsti entro l'ora di cena di domenica 18 agosto. Le partenze il sabato mattina del 24 agosto.
Il costo dell’intero soggiorno è di € 196,00 —34€ il costo di un giorno di pensione completa. La cifra comprende pernottamento, colazione, pranzo e cena. 
Per informazioni e prenotazioni scrivici a: scuolampl@gmail.com - Oppure telefona al: 339.2071977

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giovedì 30 maggio 2013

ELEZIONI: SCAVANDO DENTRO IL VOTO di Michele Nobile

30 maggio. Le amministrative hanno registraro un balzo senza precedenti dell'astensione. Pubblichiamo la prima parte dell'indagine di Michele Nobile. Tutto l'articolo su Utopia Rossa.

I risultati delle elezioni comunali non sono affatto inaspettati. Il dato evidente è l’ulteriore conferma della tendenza alla crescita dell’astensione: a confronto della precedente tornata elettorale nei comuni, la partecipazione è crollata di 15 punti di percentuale, dal 77% al 62% degli elettori. Il crollo è particolarmente forte al Nord (Piemonte, -14 punti; Lombardia, -18 punti), nella zona «rossa» (Emilia Romagna, -18; Toscana, -20), nel Lazio (-19 punti); ed è meno marcato nel Mezzogiorno, ma sulla base di una partecipazione elettorale già più bassa. Nel complesso, il crollo della partecipazione avvicina, in questo, il Nord e il Sud. All’astensione si dovrebbero aggiungere le schede bianche e nulle (che erano state circa 1,3 milioni nelle ultime politiche), pari a quasi il 3% dell’elettorato. Il dato fondamentale è l’ulteriore crollo di credibilità delle elezioni come soluzione dei problemi politici e sociali. Crollo che, ovviamente, colpisce la legittimità dei partiti che vi partecipano.

Come si vede dal grafico, prima metà degli anni Novanta del secolo scorso segnò un’accelerazione nella crescita dell’astensione, particolarmente forte nelle elezioni regionali (ed europee).

Con queste ultime elezioni i risultati delle comunali si allineano a quelli delle regionali.


È importante tener conto che la crescita dell’astensione elettorale è un fenomeno internazionale, non solo italiano, riguardante la totalità dei paesi a capitalismo avanzato (con rilevanti differenze nazionali nei livelli e ritmi). Si tratta di un fatto macroscopico e significativo della trasformazione strutturale dei sistemi politici, non riducibile alla congiuntura economica o al prevalere di partiti particolari, siano detti di destra o di sinistra. Questa trasformazione può essere indicata come avvento della postdemocrazia, regime liberale ma caratterizzato dalla statalizzazione dei partiti e dalla loro convergenza nell’azione di governo. Della trasformazione postdemocratica l’Italia è un caso di massima avanguardia, nel quale più evidenti sono gli aspetti degenerativi, corruttivi, castali, antidemocratici dei sistemi di partito. Essa fu avviata dal centrosinistra, che negli ultimi due decenni ha condiviso alla pari gli anni di governo col centrodestra (e che ora con esso ormai governa addirittura congiuntamente, alla faccia dell’antiberlusconismo con cui ha drogato il proprio elettorato per un intero ventennio).

In tale contesto postdemocratico, in cui i parlamenti non fanno altro che legiferare contro i cittadini, non stupisce che cresca il senso di estraneità nei confronti delle caste politiche e delle procedure elettorali attraverso cui esse cercano di legittimarsi e di dividersi le spoglie nelle istituzioni.

Tra il 1994 e il 2006 le fluttuazioni dell’astensione degli elettori di una delle due coalizioni furono decisive per sancire il successo del centrosinistra oppure del centrodestra: gli elettori punivano la coalizione del governo uscente astenendosi. Nel 2008 invece l’astensionismo colpì entrambe le coalizioni, ma in modo più grave il centrosinistra e, specialmente, i partiti di sinistra che avevano arrogantemente tradito le aspettative dei loro elettori; nelle politiche del 2013 la crisi di legittimità è esplosa con un nuovo e forte balzo dell’astensione degli elettori di entrambe le coalizioni e il successo del M5S. Essa continua ancora con queste elezioni, nelle quali sia il centrosinistra che il centrodestra perdono in massa voti, presagio di un ulteriore tracollo elettorale nelle prossime politiche (come peraltro ci auguriamo...).

Forte arretramento del Pd, del Pdl e della Lega rispetto alle politiche del 2013 e alle regionali del 2010

Stando all’analisi dei risultati elettorali in 16 comuni capoluogo dell’Istituto Cattaneo, rispetto alle politiche 2013 il Partito democratico perde il 63% dei voti (-243.000) e il 47,6% rispetto alle elezioni regionali del 2010; analogamente, il Popolo della Libertà perde il 65,8% dei voti (-163.000) sulle politiche, il 46,5% sulle regionali. Non fa meglio la Lega nord, che dimezza i voti sulle politiche e perde i due terzi dei voti sulle regionali.

Dunque, se si vuol dare un significato politico alle amministrative, si può dire che il governo di «unità nazionale al 42%» (calcolato sulla base del fatto che ciascuna delle due coalizioni ottenne a febbraio il consenso del 21% degli elettori), è stato sonoramente punito. Diciamo che di questo passo le due frazioni maggiori della casta potrebbero arrivare a totalizzare, insieme, il 20-30% dei voti se si votasse nuovamente per il Parlamento nel giro di un anno. La crisi di legittimità della casta politica continua a marciare, ma anche a farsi pericolosa: e la paura di questa continua perdita di voti e di credibilità sta cominciando a rafforzare lo spirito unitario d’autodifesa del centrosinistra e del centrodestra nei confronti dei possibili concorrenti politici (il M5S in primo luogo).

I politici e i giornali che cantano vittoria, specie per il centrosinistra, utilizzando percentuali calcolate sui votanti diffondono una truffa: si tratta di percentuali funzionali all’attribuzione dei sindaci e dei seggi, sulla base della legge elettorale, ma non riflettono affatto, anzi distorcono fortemente, il grado reale di consenso politico.

A Roma, ad esempio, calcolando sui votanti il centrosinistra ottiene il 42,6% e il centrodestra il 30,2%; ma calcolando sull’insieme dei cittadini con diritto di voto, le percentuali crollano, rispettivamente, al 21% e al 15%, mentre la lista di Medici non ha il 2,2% ma l’1,1% e il M5S non il 12,4% ma il 6,3%. In molti capoluoghi il centrosinistra vince col consenso del 21% degli elettori, massimo il 30%: come nel caso del governo nazionale non si può certo dire che le giunte siano rappresentative di una maggioranza. Al contrario, nelle istituzioni oramai si rappresentano minoranze in caduta effettiva o tendenziale. Tuttavia la procedura elettorale continua a produrre effetti reali perché, per quanto minoranza nel paese, sono i partiti di governo, di centrosinistra e di centrodestra, i reali detentori del potere istituzionale (per il potere reale il discorso è molto diverso e si rinvia a precedenti lavori di Utopia rossa sul tema). Quel che conta è che qualcuno voti .

A sinistra dei partiti di governo (i "Forchettoni rossi", per capirci...)

La sinistra che noi definiamo da tempo come “rossoforchettonica” (Sel, Sinistra arcobaleno, Rif. Com.-Pdci), scrive l’Istituto Cattaneo, «tiene», il che è già una notizia; anzi, nei 16 capoluoghi guadagna l’8,8% sulle politiche e il 25% sulle regionali del 2010.

Bisogna intendersi meglio, però. Questa sinistra dalle aspirazioni governative frustrate è opportunisticamente divisa: a volte è in coalizione col Pd, a volte no, a volte è unita, a volte no. Sulle politiche, una crescita complessiva dell’8,8% corrisponde a 163 mila voti, circa lo 0,3% dell’elettorato. Aggiungendo questi voti ai risultati di febbraio, se la sinistra dei Forchettoni rossi si presentasse unita arriverebbe al 4% dei voti sul totale degli elettori e supererebbe il 5% dei votanti (sempre sul 2013). Questo, tuttavia, se tutto dovesse andargli bene: cosa che la tragicomica lista Ingroia, la disillusione nei confronti della giunta milanese di Pisapia e la giusta nausea diffusa nei confronti dei Forchettoni rossi non autorizzano a prevedere. Ad alcuni risultati positivi in centri minori fanno da contrappeso il macigno dei 30 mila voti in meno rispetto a febbraio delle comunali di Roma, dato ottenuto sommando i voti di Sel (2,7% degli elettori), in lista col Pd, e della lista Medici (1,1% degli elettori).

L’arretramento del M5S rispetto alle politiche

Eppure, un lume di speranza per la Casta partitica italiana, specialmente non-berlusconiana, queste comunali l’hanno acceso: l’arretramento del M5S che ha perso 2/3 dei voti rispetto alle politiche.

(Non ha invece perso voti rispetto alle precedenti comunali del 2008, nei pochi casi in cui si era già presentato; anzi ha guadagnato moltissimo. Ma il confronto non si può fare, vista la scarsa rappresentatività nelle scorse comunali: se si facesse, però, si dovrebbe parlare di un loro discreto successo, sia per i circa 400 consiglieri ottenuti, sia per la quantità complessiva di voti che, pur non essendo quella delle politiche, è ancora superiore ai livelli che caratterizzavano la Lega, Monti o le varie alleanze di centro con Casini. E’ evidente la disonestà: se per es. Rifondazione o Casini avessero ottenuto un tale risultato alle comunali – partendo da zero – avrebbero gridato alla vittoria e gliela avrebbero riconosciuta anche i media del sistema. Per il M5S questo risultato viene tenuto gelosamente nascosto: nessun giornale, che io sappia, ha fatto un confronto tra i dati del 2013 e le comunali del 2008 – una menzione a parte meritano invece i due editoriali dedicati al M5S, molto lucidi e onesti, scritti da Travaglio sul Fatto Quotidiano di oggi e di ieri, 28 e 29 maggio.)

Il voto amministrativo ha le sue particolarità ma, prima di entrare nel merito degli errori di marketing o di propaganda (di «comunicazione», come lo chiamano i diretti interessati) del M5S nel mercato elettorale - dominato da mass media che gli sono, complessivamente ostili essendo direttamente dipendenti dalla Casta - penso occorra cogliere un paradosso. E questo consiste nel fatto che si conferma la politicità del voto per il M5S e anche del non-voto, della scelta astensionistica.

Ricordiamo intanto che in occasione delle politiche, a ingigantire il successo elettorale del M5S erano confluiti flussi elettorali provenienti soprattutto (anche se non solo) dal centrosinistra, dall’area rossoforchettonica e in parte dall’astensione (che comunque era ugualmente cresciuta nonostante il «salasso» grillino).

L’astensione e il voto per il M5S sono due forme complementari di esprimere la rottura con la Casta, operazione che non poteva e non può riuscire a nessun prodotto dell’ingegneria elettoralistica della sinistra post-Pci e rossoforchettonica. Queste comunali hanno mostrato con discreta evidenza (lo riconosce anche Mannheimer sul Corriere dando la cifra di un 40%) che, dopo meno di tre mesi, circa la metà dei voti per il M5S sono tornati o passati per la prima volta all’astensione. Stando all’analisi dei flussi elettorali in quattro città dell’Istituto Cattaneo, «a Brescia e ad Ancona circa la metà dei voti dei 5 stelle del febbraio 2013 sono andati all’astensione, a Treviso un terzo» (a Barletta, invece, l’astensionismo si è ridotto); l’altra metà dei voti persi dal M5S rispetto alle politiche sarebbe invece andata agli altri partiti e alle liste civiche. Con ogni probabilità, ammesso che il ragionamento su quattro città possa estendersi sull’intero corpo elettorale nazionale, è su questa seconda metà dei voti persi dal M5S che influisce la specificità delle elezioni amministrative.

Sui risultati del M5S hanno certamente pesato in modo negativo la forte personalizzazione (e il clientelismo diffuso) delle elezioni amministrative in quanto tali, la scarsa notorietà e anche la mediocrità dei candidati proposti, il rilievo del voto di scambio o «utile», da una parte, e l’irrilevanza di momenti di propaganda centrati su Grillo dall’altra.

Non è detto però che l’insuccesso debba ripetersi in caso di elezioni politiche anticipate: il M5S potrebbe non ripetere l’eccezionale impresa di febbraio, ottenendo però comunque buoni risultati, sufficienti a creare problemi per la formazione e la stabilità di un nuovo governo della Casta (unita o separata): fatto auspicabile perché più governabilità significa attacco sempre più grave alle condizioni sociali della popolazione. La tendenza alla delegittimazione dei partiti di governo rimane infatti forte, in proporzione anzi si accentua: quel che potrebbe perdere il M5S potrebbe guadagnare l’astensione.

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mercoledì 29 maggio 2013

M5S: L'INIZIO DELLA FINE O UNO SCHIAFFO SALUTARE? di Leonardo Mazzei

29 maggio. COSA CI DICONO LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE?

Non perdiamoci in troppi fronzoli: pur con tutte le attenuanti del caso, il M5S ha registrato un clamoroso flop. E' questo il dato principale del voto amministrativo di domenica scorsa. Gli altri elementi da considerare sono invece rappresentati dall'evidente insuccesso della destra (Pdl e Lega), dall'insperato recupero del centrosinistra (Pd in primis), da un astensionismo montante che promette vette stratosferiche ai ballottaggi.

Partiamo da questi ultimi aspetti, prima di concentrarci sulle ragioni della sconfitta del movimento di Grillo che è la questione che più ci interessa.

La fortissima crescita dell'astensionismo è spiegabile, a mio avviso, con tre ragioni: la prima consiste nel fatto che i temi amministrativi riscuotono oggi assai meno interesse che nel passato, dato il prevalere dell'attenzione sui temi politici ed in particolare sulle grandi questioni della politica economica, nazionale ed europea.

La seconda ragione, che rafforza evidentemente la prima, risiede nella penosa condizione delle amministrazioni locali, le cui scelte sempre più dipendono dai vincoli nazionali ed europei (Patto di stabilità interno, tagli alla spesa, eccetera). Per quali ragioni i cittadini dovrebbero appassionarsi più di tanto alle vicende di comuni le cui scelte sono in larga parte predeterminate da questi vincoli?

La terza ragione si intreccia invece proprio con le vicende del M5S. In due sensi: nel senso che elettorato tendenzialmente astensionista ed elettorato "grillino" in parte coincidono, e nel senso che molti elettori che non hanno inteso rinnovare il loro voto di febbraio al M5S non hanno comunque ritenuto, astenendosi, di spostare la propria preferenza su altre liste.

Ma abbiamo detto, ed anche questo dato è palesemente uniforme su tutto il territorio nazionale, che da un voto segnato dall'astensionismo è emersa una sconfitta della destra ed un successo del centrosinistra. E' avvenuto cioè l'esatto contrario di quanto ci si poteva forse attendere dalle vicende politiche di primavera.

Un Pd dilaniato dalla spaccatura sul nome di Prodi, giunto a rimangiarsi - con il governo Letta - il no all'alleanza con il Pdl, con un segretario dimissionario ed un incredibile ectoplasma assurto al ruolo di "traghettatore", esce vincitore dalle urne. Mentre il partito berlusconiano, rilanciato dal voto di febbraio, rilegittimato come forza di governo, dato in crescita nei sondaggi elettorali, alla fine si è ritrovato clamorosamente sconfitto.

Come mai questo strano ribaltamento della situazione? Certamente, le elezioni politiche sono una cosa e quelle amministrative un'altra. E' questa una ben nota ovvietà, che però in sede di analisi va pur sempre ricordata. Ma c'é naturalmente dell'altro. Chi scrive non ha mai creduto allo sfondamento berlusconiano. I berluscones hanno fatto probabilmente il pieno a febbraio, il loro capo è sì in grado di far cadere il governo, ma da qui ad entusiasmare il vecchio "popolo di destra" ce ne corre. Insomma, il Berlusconi in versione "larghe intese" non piace.

Con un M5S in grave difficoltà, ed una destra rifocillatasi a febbraio ma spenta nella palude del governo Letta, il Pd ha potuto così conseguire un risultato nel quale probabilmente non speravano neppure i dirigenti del partito. Gli elementi decisivi che hanno consentito questo risultato sono due: il primo è rappresentato dal ritorno a casa di buona parte di quella fetta di elettorato che alle politiche si era spostato dal centrosinistra a Grillo; il secondo dal ritorno in auge dell'antiberlusconismo, come riflesso condizionato prodotto proprio dalla riemersione del Caimano.

Se queste sono state le dinamiche di fondo del voto amministrativo, quali sono le ragioni più specifiche del flop del M5S? E quali potrebbero essere le conseguenze sul movimento di Grillo?

Tutti sapevano che Il M5S non avrebbe potuto ripetere sul terreno amministrativo l'exploit delle politiche, così come abbiamo già parlato dell'indubbia incidenza di un astensionismo che potrebbe tornare ad alternarsi con il voto a Grillo anche in futuro. Ma, fatte queste premesse, il risultato delle liste del M5S non si presta ad equivoci: si tratta di una sonora sconfitta da capire a fondo, per avviare un processo di riflessione che porti alle necessarie trasformazioni del movimento.

Perché dunque il M5S, in questa occasione, ha perso? Certo, senza dubbio avranno inciso diversi aspetti (le candidature, i difetti di comunicazione, l'aggressione mediatica subita in questi mesi), ma c'è una ragione ben più importante: non si può rimanere a discutere per settimane - di fronte al disastro economico del paese, davanti alla disoccupazione dilagante, in presenza di una tragedia sociale senza fine - di auto blu, scontrini fiscali, rimborsi e caffè alla bouvette. Né si può affrontare una campagna elettorale come questa mettendo al centro una serie di obiettivi minimalisti di tipo municipalista ed amministrativo.

Non che queste cose non contino. Non che le ruberie della casta bipolare (oggi ricompattasi attorno al governo Letta) non siano una cosa importante. Ma la colpa peggiore di questa casta è quella di essere parte di un blocco dominante che, in combutta con le oligarchie finanziarie euroatlantiche, vuol continuare a scaricare tutti i costi della crisi sul popolo lavoratore.

E' a questa politica criminale che bisogna reagire. E' contro questa politica criminale che il M5S ha preso i voti a febbraio. Ma ora la denuncia della casta e della corruzione non è più sufficiente, occorre una linea chiara da contrapporre al blocco dominante sulle grandi questioni dalle quali dipende lo sviluppo della crisi: l'euro e l'Unione Europea, il debito, il fiscal compact, la nazionalizzazione del sistema bancario, eccetera.

Non è che su questi temi il movimento di Grillo sia muto. Di certo lo è assai meno di quella che si vorrebbe ancora "sinistra radicale" - a proposito: brillante il 2,22% di Sandro Medici (con tre liste e quattro partiti) a Roma - ma il fatto è che queste questioni finiscono sempre in secondo piano nel messaggio "grillino".

Questo è il problema. A febbraio Grillo ha preso 8 milioni e mezzo di voti anti-sistema. Qualche precisino dirà "confusamente" anti-sistema. Certo, ma come poteva non esserci confusione nel turbinio di una simile ascesa? Il problema, oggi, è che quel messaggio anti-sistema ha bisogno di misurarsi sulle questioni veramente decisive per le condizioni di vita di decine di milioni di persone.

Questo è il salto richiesto. Dalla capacità o meno di rispondere a questa esigenza dipenderà il futuro del M5S. Tanti sinistrati hanno già iniziato ad intonare il de profundis per un movimento che vedono come fumo negli occhi. Noi, al contrario, ci auguriamo che i militanti del M5S sappiano trarre dalla sconfitta gli insegnamenti necessari per rettificare gli errori di questi mesi.

A stasera, purtroppo, i segnali non sono positivi. Sul blog di Grillo si impreca contro gli elettori che "vivono di politica", tra i quali si ha il coraggio di inserire indistintamente 4 milioni (ma in realtà sono meno) di dipendenti pubblici, nonché 19 milioni (ed anche questi sono meno) di pensionati. Così, senza distinguere le pensioni da fame da quella di un Giuliano Amato, né lo stipendio di un lavoratore medio da quello dei boiardi di Stato.      

Grillo vuol dirci che ha vinto un sistema che vive in larga parte di clientele? Scoperta geniale, come quella di chi, di tanto in tanto, ci ricorda che esiste la mafia. Ma mafia e clientele non esistono a corrente alternata. E non abbiamo mai sopportato i giornalistucoli de sinistra che per decenni ci hanno parlato - alternativamente, appunto - di sconfitta della mafia magari per la vittoria di un Orlando a Palermo, per poi piangere a dirotto sulla forza della mafia capace di consegnare 61 collegi siciliani su 61 a Berlusconi.

Così come il popolo (in senso stretto l'elettorato) non può essere mafioso un anno sì e l'altro no, non si può dare con faciloneria del "corrotto" a milioni di persone che ti hanno dato il voto tre mesi prima. Corrotti, anch'essi, a corrente alternata? Non scherziamo, non può essere questo il modo di ragionare.

Ben altri sono infatti i problemi. Chi scrive pensa che la battuta d'arresto di queste elezioni possa anche essere salutare per il M5S. Conosciamo la passione del grosso degli aderenti e la loro onestà intellettuale. La situazione è in movimento ed è possibile raddrizzare la barra. A condizione che si riconoscano i problemi, che non ci si illuda più sull'autosufficienza, che si comprendano i limiti della forma che il M5S si è dato finora.

E soprattutto a condizione che si costruisca un programma con al centro le grandi questioni economico-sociali, da collegare alla battaglia democratica ed alla lotta senza quartiere contro un sistema politico marcio, indissolubilmente legato alle oligarchie finanziarie oggi strette a difesa del "sistema dell'euro".

Non pensiamo che una simile battaglia possa esaurirsi nelle istituzioni. Al contrario, crediamo che la vera strada sia quella della sollevazione popolare. Una sollevazione che ha bisogno di un fronte ampio, di cui un forte M5S dovrà essere una componente essenziale.

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martedì 28 maggio 2013

A BRACCETTO CON SOROS. Il salto della quaglia del Prof. Bagnai di Moreno Pasquinelli

28 maggio. Sapevamo che con Bagnai è difficile intavolare un contraddittorio. Lui lo si può solo adulare. Quando gli si muovono obiezioni [vedi: Le divergenze tra il compagno Bagnai e noi] perde la testa, la butta in caciara e, come un gradasso, rovescia sui malcapitati una caterva di insulti che superano la linea oltre la quale il Diritto e il buon senso ritengono ci sia diffamazione.
 
Pur senza mai citarmi (un classico della tecnica subdola della delegittimazione), mi definisce pubblicamente, cito, un “relitto umano”, un “povero imbecille”. Travolto dalla compulsione isterica così giustifica perché non intende rispondere alle critiche: “Non vi aspetterete da me una mediazione coi platelminti, o con gli anellidi, e nemmeno coi nematelminti, insomma, con tutti gli infiniti vermi del terrario nostrano, provinciale, egotista, intellettualmente ed eticamente deficitario”. [1]

Le contumelie qualificano chi ne fa uso. Noi proviamo a tornare sui contenuti. Tenteremo di dimostrare che i fuochi pirotecnici a base di improperi esibiti da Bagnai sono solo un disperato tentativo di depistaggio.


La risposta che Bagnai è stato obbligato a darmi non poteva essere più clamorosa. Il Nostro ha dovuto rendere finalmente pubblico in Italia un Manifesto, di cui egli è firmatario, tenuto furbescamente nascosto ai suoi followers per ben quattro mesi, proprio perché questi l’avrebbero considerato, non a torto, come una clamorosa giravolta.

Chi abbia seguito il Nostro sa che, al netto dei tecnicismi, il suo teorema si poteva riassumere in quattro assiomi: (1) Ogni area valutaria unica basata sulla rigidità del cambio è destinata a crollare perché va contro le leggi di mercato; (2) l’euro non solo porta la colpa di aver accresciuto gli squilibri in seno all’Unione europea, esso non è solo una moneta ma un “metodo di governo”, bollato come “nazista”; (3) Non c’è “un’uscita da sinistra dal nazismo”, l’Italia per salvarsi deve subito riconquistare la sua sovranità monetaria e politica; (4) quindi guerra frontale alle sinistre “luogocomuniste” che chiedono “più Europa” visto che, date le differenze tra nazioni, l’Unione europea stessa è una mera utopia.

Come ora vedremo questo Manifesto manda a farsi friggere tutti e quattro questi assiomi. Già il titolo è sconcertante: “Solidarietà europea di fronte alla crisi dell’eurozona”. Potrebbero sottoscriverlo non solo i capobastone del Pd o del Pdl, ma anche Monti o uno qualsiasi dei tecno-oligarchi di Bruxelles.

Un titolo infelice? No! Il contenuto è in linea e consiste in una difesa non solo dell’Unione europea ma della moneta unica. Inaudito? Inconcepibile? Per niente.

Leggiamo assieme le chicche più notevoli:                 

«La creazione dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo si colloca fra le maggiori conquiste dell’Europa post-bellica in campo politico ed economico. Il notevole successo dell’integrazione europea è scaturito da un modello di cooperazione che beneficiava tutti gli stati membri, senza minacciarne alcuno….l’Eurozona, nella sua forma attuale, è diventata una seria minaccia al progetto di integrazione europea…L’euro, invece di rafforzare l’Europa, produce divisioni e tensioni che minano le fondamenta stesse dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo».
Sì, avete capito bene: avanti col processo d’integrazione europea, quindi riforma della moneta unica, necessaria per portare avanti questa integrazione.


In concreto cosa propone il Manifesto? Due misure essenzialmente.


La prima:

«Un nuovo sistema di coordinamento delle valute europee, volto alla prevenzione di guerre valutarie e di eccessive fluttuazioni dei cambi fra i paesi europei».
Il voltafaccia di Bagnai è clamoroso e addirittura imbarazzante, poiché smentisce tutto quanto chi lo ha seguito ha detto non solo dell’euro (non solo una orribile moneta ma un “metodo nazista di regime”) ma dello stesso Sme (si ricordino le paginate sulla svalutazione “salutare” del 1992).
La seconda:

«Riteniamo che la strategia che offre le migliori possibilità di salvare l’Unione Europea, la conquista più preziosa dell’integrazione europea, sia una segmentazione controllata dell’Eurozona attraverso l’uscita, decisa di comune accordo, dei paesi più competitivi. L’euro potrebbe rimanere – per qualche tempo – la moneta comune dei paesi meno competitivi. Ciò potrebbe comportare in definitiva il ritorno alle valute nazionali, o a differenti valute adottate da gruppi di paesi omogenei. Questa soluzione sarebbe un’espressione di vera solidarietà europea».

In pratica si chiede un nuovo Sme ma, si badi, non di paesi a sovranità monetaria. Questa sarebbe un’ipotesi di ultima istanza, se possibile da evitare. L’euro dovrebbe restare, è la Germania che deve uscirne. Detto di passata: questa tesi non è nuova, circola da anni, anche a sinistra, e Bagnai l’ha sempre brutalmente contestata — Albè, ti ricordi il nostro convegno di Chianciano Terme dell’ottobre 2011? [2]


Una tesi recentemente sostenuta non solo da W. Munchau ma niente-poco-di-meno-che da George Soros. [3] Così forse ci spieghiamo come mai, con la scusa di farla finita col “complottismo”, Bagnai sia giunto, il 13 maggio scorso, in soccorso di Soros, secondo il Nostro per niente colpevole per aver affondato la lira nel 1992. [4] Giungere a fare l'avvocato d'ufficio di Soros, assolvendolo dal ruolo di criminale stregone della finanza predatoria globale inopinatamente scaricandone tutte le colpe sui governanti italiani quando tutti conosciamo con quali e quante invettive ha maltrattato chiunque osasse fare della "casta" il nemico principale—, è un fatto gravissimo, che la dice lunga sul dove Bagnai sia andato a parare.


Uno ha il diritto di cambiare idea, non può però chiedere indulgenza se mente o se esibisce il più italico dei vizietti, il trasformismo. Il Nostro, una volta scoperta l’arma del delitto, vorrebbe negare che le impronte sul grilletto siano le sue, e implora le attenuanti… “faccio solo da palo”.

Sappiamo che un simile fare spinge molti suoi seguaci a considerarlo un impostore. Si sentono ingannati, turlupinati. Chi si illude finisce prima o poi per disilludersi. La lezione dovrebbe invece aiutarli ad aprire gli occhi, a comprendere che non esiste una scienza economica neutrale, oggettiva, al di sopra delle classi sociali. Dietro ad ogni “scienza”, per quanto vestita di una panoplia di statistiche e tabelle, c’è sempre una concezione della società. L’economia è sempre economia politica.

Questo, tra l’altro, volevo dire, col mio articolo che tante polemiche sta suscitando:  non ci si può fidare di qualcuno che pensa di poter fare a meno di una teoria economica generale, che pensa di stare al di sopra delle classi sociali. Volevo dire che una simile posizione cela un avventurismo che poteva andare in tutte le direzioni, uno che avrebbe potuto mettersi al servizio del primo padrone.

Per quanto ad alcuni non entri in zucca, la teoria economica implicita del Bagnai sovranista anti-euro di ieri è la stessa di quello di unionista e pro-euro di oggi, quello che certi suoi estimatori considerano un inconcepibile “tradimento” è, per quanto clamoroso e gravissimo politicamente, un salto della quaglia, un riposizionamento, più a destra, nello stesso campo.


Ecco quindi il Manifesto in questione, questo distillato di economicismo imperialistico, che non contiene, non diciamo idee socialiste, ma nemmeno keynesiane. Per questo potrebbero sottoscriverlo, fra qualche mese, non solo Fassina, ma pure Crosetto, Brunetta e Berlusconi. Anzi, più questi ultimi che Fassina, se si tiene conto, appunto, della totale assenza di qualsivoglia riferimento agli interessi dei popoli, dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati. Ricordate le violente bordate di Bagnai ai sinistrati che dicevano che era meglio tenersi l’euro con l’argomento che l’uscita avrebbe significato un’ecatombe per i lavoratori? Ora il Nostro firma un Manifesto che parte dallo stesso paradigma eurista dei sinistrati, ma per difendere i dominanti. Lo fa infatti, dimmi con chi vai ti dirò chi sei, assieme a dei consiglieri di Sua Maestà, suggeritori dei governi liberisti, esponenti delle cupole aristocratiche e rentier europee.

Dei dominanti condividono la preoccupazione di salvare la baracca del capitalismo-casinò, i suoi sistemi bancari predatori, i suoi meccanismi oligarchici e classisti. Identica la paura sbirresca di eventuali, Dio ce ne scampi!, sollevazioni popolari che facciano saltare il sistema. Infatti leggiamo:

 «Questa situazione rischia di portare allo scoppio di gravi disordini sociali nell’Europa meridionale e di compromettere definitivamente il sostegno dei cittadini all’integrazione europea».

Il delirio élitario tutto borghese è totale, come il disprezzo verso la povera gente: occorre salvare dall’alto e in maniera pilotata e tecnocratica la baracca poiché “la minaccia” è che alcuni paesi potrebbero decidere di farla saltare «sotto la pressione della pubblica opinione». Per Lorsignori sarebbe una disgrazia se il volgo, cacciati i governanti corrotti, prendesse in mano i propri destini e appendesse ad un palo i responsabili del massacro sociale. Un concentrato di pensiero, non liberale, ma liberista e reazionario.


Osservate infatti, l’ha già fatto notare Fiorenzo Fraioli, con quali compagni di merende Bagnai ha sottoscritto il Manifesto: non solo precettori e luogotenenti dei governi neoliberisti, o ausiliari degli euro-oligarchi o di multinazionali, ma banchieri di Goldman Sachs, di Deutsche Bank, di Nomura. “Persone di elevato profilo scientifico”, così Bagnai camuffa senza il minimo pudore i suoi nuovi compari.


Restammo perplessi quando Bagnai, nel dicembre scorso, mentre il governo Monti se ne stava andando, ci disse che forse occorreva siglare un nuovo “Patto Ribbentrop-Molotov”. Consideranmmo lì per lì una cazzata l’idea che si dovesse fare un’alleanza coi berluscones in funzione non solo anti-piddina ma anti-grillina. Adesso è chiaro cosa realmente bolliva nella pentola mentale del Nostro.


Azzeccata ci appare così l’evocativa definizione del Nostro fatta da Emiliano Brancaccio in occasione di un memorabile dibattito in cui i due furono protagonisti:

«Alberto Bagnai non è veracemente uno, ma è veracemente due. Da un lato c’è l’autore di un libro veramente interessante, e c’è poi, dall’altro lato, l’autore di un blog, che fa pure un buon lavoro, ma che di tanto in tanto, sembra somigliare ad un predicatore che si metteva a fare proseliti nel bel mezzo di Hide Park, nudo come mamma l’aveva fatto, con il vangelo secondo Giovanni sotto il braccio, e con una vigorosa erezione in bellissima mostra..». [5] 


Nb


Nel mio articolo "Le divergenze tra il compagno Bagnai e noi", iniziavo dicendo che eravamo venuti a sapere che Bagnai e altri stavano partorendo un Manifesto politico. Il Nostro ha risposto pubblicando il Manifesto europeista in questione, smentendo poi che sarebbe mai entrato in politica. Ora, nel caso che la meritevole opera di resistenza anti-eurista non fosse già tutta politica, di certo in politica c’è entrato firmando quel Manifesto insulso. Tuttavia io mi riferivo ad un'altra cosa. Mi riferivo proprio al fatto che Bagnai stava scrivendo con altri pochi eletti, un altro manifesto. Il suo sodale e blogger Orizzone48, il 18 maggio alle ore 13:05 sul suo blog così rispondeva ad un lettore che, proprio segnalando sollevAzione e il Manifesto spagnolo, lo esortava a scendere in campo:



«Pensa che ho anche consegnato a un prestigioso esponente del costituzionalismo e del potere giurisdizionale spagnolo l'articolo sulla incostituzionalità di tutte le manovre finanziarie successive a Maastricht. E mi ha poi scritto che l'avrebbe fatto tradurre.
Il "manifesto" in questione ovviamente dice le cose su cui qui stiamo lottando e insistendo. Al suo interno si enuncia la difficoltà di arrivare a quelle "masse" manipolate che non sono in grado di mutare tempestivamente la loro percezione delle cause della crisi.
Il problema è ovviamente anche italiano.
Con Alberto (e non solo) stiamo provvedendo ad analogo "manifesto" e anche a dargli un seguito di "pensiero organizzato nella società".
A quel punto ci conteremo. E non saremo mai abbastanza».

NOTE

[1] In un tweet mi qualifica poi come “il trotskysta scalzo della Valnerina”. Descrizione trinitaria che potrei considerare encomiastica, visti la grandezza di un rivoluzionario come Trotsky o quanto ha donato la Valnerina alla civiltà europea, anche solo sfornando uno come S.Benedetto. In verità non sono della Valnerina né trotskysta. Per quanto concerne lo “scalzo” confesso che ho un rispetto grande, se è questo che Bagnai voleva intendere, verso chi sceglie la pauperitas come scelta di vita, mentre non ne ho affatto verso gli scaltri e i furbacchioni in cerca di fama e cadreghe spacciandosi per “sommi economisti.

[2] Al convegno di Chianciano “Fuori dal denito! Fuori dall’euro” questa tesi fu sostenuta dall’economista Ernesto Screpanti, ma con ben altra prospettiva, quella di una rottura rivoluzionaria e internazionalista dell'eurozona.

[3] Disse Soros il 10 aprile scorso in un convegno a Francoforte: «Se invece fosse l’Italia ad abbandonare l’Eurozona, il suo debito denominato in euro diverrebbe insostenibile e andrebbe ristrutturato, gettando il sistema finanziario globale nel caos. Quindi, se qualcuno deve lasciare, quel qualcuno dovrebbe essere la Germania, e non l’Italia.» Il Sole 24 Ore 28 maggio 2013

[4] Speculazione finanziaria: quelli che “è brutta e cattiva. Il Fatto quotidiano del 13 maggio 2013

[5] Emiliano Brancaccio, Osservazioni critiche sulle tesi di Alberto Bagnai. Napoli 4 aprile 2013

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lunedì 27 maggio 2013

OLTRE L'EURO di Oscar Lafontaine

27 maggio. Il leader storico della sinistra tedesca, Oskar Lafontaine (nella foto), sostiene che l'euro è oramai una minaccia per la sopravvivenza dell'Unione europea e la democrazia, che va dunque superato costruendo un nuovo sistema monetario europeo basato sulla cessione di sovranità dal centro ai diversi paesi. Una posizione che apre una breccia entro il campo della sinistra storica, come mostra anche il manifesto lanciato in Spagna. E' giunto il momento che anche in Italia l'idea di superare l'euro nell'ottica della difesa degli interessi del popolo lavoratore, travalichi i recinti minoritari in cui è confinata. Una prospettiva opposta a quella che ci propone Alberto Bagnai dopo la sconcertante svolta che l'ha portato a sottoscrivere il suo famigerato Manifesto.

«L'Eurosistema è stato progettato in maniera sbagliata e non può funzionare. Una casa con la statica difettosa, prima o poi crollerà. Abbiamo bisogno di un nuovo sistema monetario europeo più stabile.

Il pioniere della SPD e direttore di lunga data dell'Istituto Max Planck per la ricerca sociale di Colonia, Fritz Scharpf, scrive: siamo stati ingannati da false teorie economiche e dal nostro entusiasmo per l'Europa. L'Euro ha prodotto sfiducia, disprezzo e ostilità fra i popoli europei. Chi ama l'Europa, vuole la fine dell'Euro. Con queste parole ha fatto partire all'interno della SPD una discussione sull'attuale politica europea.

Coloro che in passato si sono espressi sull'Euro, sostenevano di amare l'Europa. Tuttavia giungevano a conclusioni molto diverse.

Prima di tutto ci sono quelli che considerano l'Europa un mercato di sbocco per l'export tedesco. Da buoni nazionalisti camuffati, i rappresentanti del sistema economico e dei partiti tradizionali, quando si parla di un'alternativa al sistema attuale, iniziano ad illustrare i pericoli per l'economia dell'export tedesco. Raramente capita di sentire questi "europeisti" parlare della catastrofe umana del sud Europa.

Più credibili nel loro impegno per l'Europa, invece, sono coloro che vedono nel trasferimento di sovranità alle istituzioni europee e in un rafforzamento del Parlamento europeo un modo per salvare l'Euro. A loro si dovrebbe obiettare: non si tratta dell'Euro, ma dell'Europa. I fan di Merkel - "Se muore l'Euro, muore l'Europa" - ancora una volta dimostrano di avere un concetto di democrazia molto limitato: se il Parlamento europeo viene rafforzato, allora andrà tutto bene.

Al centro dell'ideale europeo ci sono la democrazia e lo stato sociale. Vogliamo coinvolgere quanto più possibile i cittadini e le cittadine sulle decisioni riguardanti la cosa pubblica, e vogliamo garantire attraverso un'assicurazione sociale la possibilità di coprire i cosiddetti rischi della vita.

Il progressivo trasferimento di sovranità alle istituzioni di Bruxelles è la strada sbagliata per consolidare la democrazia e lo stato sociale. I principi fondativi di una società democratica, in cui prevalgono gli interessi della maggioranza, sono la sussidiarietà e il decentramento. Ciò che, partendo dalla comunità al livello più basso, può essere fatto in maniera decentrata, non deve essere trasferito al livello superiore - provincia, regione, stato federale, Europa.

Il nostro sistema economico invece centralizza sistematicamente. Coloro che consciamente o inconsciamente pensano all'interno delle sue categorie, ne sostengono una ulteriore centralizzazione. Ci sono due importanti ambiti economici che ci mostrano quanto questo percorso di sviluppo sia sbagliato. La globalizzazione e la centralizzazione delle banche promossa dal capitalismo finanziario hanno portato l'economia mondiale alla crisi attuale. Una società democratica dovrebbe tornare al sistema delle casse di risparmio di piccole dimensioni, e porre fine al devastante trambusto dei giocatori d'azzardo. Che Wall Street ormai governi gli Stati Uniti è diventato un luogo comune, e che in Europa i governi e i parlamenti seguano le direttive delle banche è ormai evidente.

La concentrazione nel settore energetico ha portato all'energia atomica e oggi dà vita ad un grande progetto industriale come Desertec. Una politica energetica amica dell'ambiente dovrebbe essere decentrata e basata sulla ri-municipalizzazione. Alcune piccole comunità già oggi si fondano sull'auto-approvvigionamento di energia.

Il progetto per il progressivo trasferimento di sovranità a livello europeo, pieno di buone intenzioni, come si può vedere da questi esempi, non è giustificato dai fatti e ci porta ad un ulteriore smantellamento della democrazia. Nessun Parlamento è controllato dalle lobby più di quello europeo.

L'Eurosistema attuale ci sta portando alla distruzione dello stato sociale, non solo nel sud Europa. La politica imposta dai partiti tradizionali e fondata sull'Agenda 2010 ha demolito lo stato sociale tedesco, e con una politica di dumping salariale deve essere considerata responsabile per il fallimento dell'Eurosistema.

Affinché la casa Europa, mal costruita, non crolli, dovranno essere innalzati dei muri di sostegno. Il sistema monetario europeo dovrà essere flessibile e democratico. Poiché l'egemonia della Bundesbank all'interno dello SME veniva considerata insopportabile, gli stati europei, sotto la guida della Francia, hanno imposto la moneta unica. E ora che "l'Euro finalmente parla tedesco", come hanno detto i bravi nazionalisti cristiano-democratici, gli europei, invece dell'egemonia Bundesbank, si sono guadagnati i diktat di una Cancelliera inesperta d'economia.

L'Eurosistema è stato progettato in maniera sbagliata e non può funzionare. Una casa, la cui statica è difettosa, prima o poi crollerà. Come sostenitori dell'Euro abbiamo creduto a lungo di poter cambiare la costruzione europea e rendere la casa stabile. Gli ultimi anni ci hanno però mostrato che è stato un errore. L'introduzione di una moneta unica ma con diverse politiche economiche, finanziarie, sociali, salariali e fiscali, in presenza di dumping salariali e fiscali, non poteva funzionare.

Alcuni dei paesi in crisi continuano ad operare uno sfacciato dumping fiscale. La Germania, ai tempi del governo rosso-verde e della grande coalizione, ha accelerato il passo nella corsa europea alla competizione fiscale mettendo in campo un irresponsabile dumping salariale. Con l'Eurocrisi si è sviluppato un circolo vizioso in cui gli squilibri sono diventati sempre più grandi.

Il quadro istituzionale europeo - limiti al deficit, nessun finanziamento pubblico da parte della banca centrale, nessuna unione di trasferimento e la clausola di no bail-out - alla luce della situazione attuale, non può durare a lungo. Di fatto la violazione dei trattati e del diritto sono diventati il fondamento per il salvataggio delle banche e degli stati. Lo stato di diritto appartiene all'Europa quanto la democrazia e lo stato sociale.

Il sistema monetario proposto per il rinnovo delle politiche di integrazione europea dovrà evitare gli errori politici ed economici del suo predecessore. Le svalutazioni e le rivalutazioni dovranno seguire i differenziali di inflazione. Soprattutto dovrà esserci una legittimazione democratica. Non dovrà esserci l'egemonia di una banca centrale o di un governo. Una istituzione controllata o almeno legittimata democraticamente sarà obbligata ad operare interventi monetari che possano stabilizzare l'economia europea e la difendano dal caos dei mercati finanziari. La reintroduzione del controllo sui capitali aiuterà a combatterne la fuga verso l'estero.

L'argomento spesso usato per sostenere che il passaggio ad un altro sistema monetario è collegato con disordini sociali, è senza dubbio vero. Ma restare nel sistema attuale ci porterà a danni ancora maggiori. Una transizione ragionevole e controllata verso un nuovo sistema monetario europeo è sicuramente meglio di una inevitabile rottura, a cui volenti o nolenti, saremo costretti».


* Fonte: vocidallagermania

Originale in tedesco in: Handelsblatt.de

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domenica 26 maggio 2013

BAGNAI E IL... ROSSO DI NOMURA di Fiorenzo Fraioli

26 maggio. Fraioli (nella foto) interviene nella disputa tra Pasquinelli e Bagnai sulla crisi dell'euro e come uscirne.

«Prometeo (colui che riflette prima) ed Epimeteo (colui che riflette in ritardo)»

Narra il mito che Prometeo donasse agli uomini le qualità che riusciva a sottrarre agli Dei, mentre Epimeteo le regalava agli animali. Ma chi erano "gli uomini" e "gli animali" al tempo degli Dei? Il mito, si sa, va interpretato, e credo che nel mito "gli uomini" fossero gli aristocratici, "gli animali" gli schiavi.

Premessa indispensabile

Avrei preferito non immischiarmi nella diatriba tra Moreno Pasquinelli (MPL) e Alberto Bagnai perché, a dispetto del mio carattere focoso, e anzi proprio per questo, mi sforzo sempre di essere un "bravo moderatino", cercando di evitare le fratture in favore della possibilità di una sintesi. Talvolta, però, il dato caratteriale prende il sopravvento, specialmente quando è in gioco l'amicizia. Non mi toccate Pasquinelli perché mi arrabbio.

Sul blog del Movimento Popolare di Liberazione è stato pubblicato, a firma di Moreno Paquinelli, un lungo articolo dal titolo "LE DIVERGENZE TRA IL COMPAGNO BAGNAI E NOI" nel quale vengono mosse critiche ad Alberto Bagnai. A mio parere, una delle ragioni di quello che appare, per certi versi, un attacco molto duro, è la preoccupazione di Pasquinelli che la crescente popolarità di Alberto Bagnai possa far sì che le sue posizioni vengano accettate acriticamente da un numero crescente di bloggers. Non è una questione secondaria, perché la dura "battaglia delle ideee" si gioca, oggi e sempre di più in futuro, proprio sulla rete. E' vero che si tratta di poche decine di migliaia di persone, ma è tra queste che si forma l'opinione pubblica. Questo nucleo minoritario, e apparentemente ininfluente di soggetti se valutato sul piano puramente numerico, ha invece la capacità di influenzare moltissimo la visione della grande maggioranza. Sono "attivisti", ovvero persone informate che, a prescindere dal valore e dalla qualità di ciò che sanno, si dedicano anima e corpo alla divulgazione dei loro punti di vista, e dunque per essi non vale l'equazione "uno vale uno". Un "attivista" può valere dieci, cento, mille, anche milioni di voti!

Dopo Beppe Grillo (che per il momento, ha "stracciato tutti"), e Paolo Barnard (tuttavia in fase declinante), Alberto Bagnai è oggi il blogger politico in più rapida ascesa in termini di popolarità. Una popolarità che alcuni tendono a sottostimare, ma che potrebbe esplodere nei prossimi mesi se si verificassero le circostanze opportune. La prima di queste, ovviamente, è il fatto che quello che Bagnai scrive da due anni sul suo blog e, più recentemente, nel libro "Il Tramondo dell'euro", ovvero la dissoluzione dell'eurozona, possa effettivamente verificarsi. In politica la capacità di apparire come profeti di ciò che avverrà regala ampia popolarità. Ricordate le "profezie" di Grillo su Parmalat?

La seconda circostanza, quella che a mio parere maggiormente preoccupa Pasquinelli, è che la popolarità di Bagnai possa essere utilizzata da settori della classe dominante contro gli interessi di classe del mondo del lavoro, dei quali MPL si erge a difesa. Non voglio entrare nel merito della questione se Bagnai sia o meno "di sinistra", e, in caso affermativo, quanto lo sia. Tuttavia, che settori della classe dominante possano, tra qualche tempo, giocare la "carta Bagnai", è lo stesso Alberto a dircelo. Rispondendo sul suo blog a ominonero che chiede "Come persuadere la classe politica facendole considerare questa proposta (il Manifesto di solidarietà europea - n.d.a.) come possibile ed auspicabile?" Bagnai scrive:


 «Dando la propria disponibilità alla classe politica giusta, che non è quella dei collaborazionisti italiani, ma quella di chi fuori dalla colonia Italia si è accorto che questo gioco non può durare. Voi pensate che Letta, o i suoi elettori, conteranno qualcosa nel momento in cui questa proposta dovesse catalizzare sufficiente attenzione all'estero? Gli direbbero: zitto e togli gli aracnidi dalla Rai, e il giorno dopo, previo passaggio di Rinaldi o Borghi al Tg1, saremmo tutti d'accordo. Scusate, ma il problema è causato dalla costruzione europea e credo si debba provare a risolverlo in Europa».
La domanda che non possiamo sottacere è: chi direbbe a Letta "zitto e togli gli aracnidi dalla Rai"? Qui non è in discussione quanto e in che modo Bagnai sia sincero, allorché ricorda che lui vorrebbe essere di sinistra se una sinistra ci fosse. Che in Italia la "pseudo-sinistra televisiva e politically correct" sia una, per altro piccola, articolazione della classe dominante, è cosa che la maggioranza dei lettori di questo articolo daranno per scontato, e dunque Bagnai sembra aver ragione. Occorre ricordare, però, che la "pseudo-sinistra televisiva e politically correct" non comprende alcune piccole ma determinate sacche di resistenza che sono riuscite, in questi anni, a sopravvivere, nonostante l'imponente bombardamento mediatico e culturale che è stato messo in campo per eradicarla completamente. Di questa affermazione darò immediatamente la prova.

MPL ha conosciuto Alberto Bagnai nell'ottobre del 2011, allorché venne invitato ad un convegno dal titolo "Fuori dall'euro fuori dal debito". Era (le date sono importanti) la fine di ottobre del 2011. Ora, se andate sul blog di Bagnai, potete verificare che il suo primo post risale al 23 novembre 2011 (I “salvataggi” che non ci salveranno). Nel post Bagnai fa riferimento ad un suo articolo precedente, pubblicato su lavoce.info, del 26 luglio 2011 (LO SPETTRO DEL 1992), seguito da un intervento sul Manifesto (L'uscita dall'euro prossima ventura) datato 22 agosto 2011. Tutto ciò per dire che, se è vero che Bagnai si espone pubblicamente, da due anni, in una critica serrata dell'euro, è anche vero che esisteva già una forza politica, che è l'MPL, che si trovava su quelle stesse posizioni. Di più: MPL portava avanti, da molti anni, una critica asprissima agli assetti del capitalismo italiano, europeo e anglo-americano.

Alberto Bagnai venne al convegno, parlò, fu molto apprezzato per quello che disse. Piacquero il suo modo di esporre i dati, la chiarezza, l'affabilità dei suoi modi. In breve, Alberto Bagnai finì per essere uno degli autori più citati nel piccolo mondo resistente che gravitava intorno a MPL. Anche ecodellarete ci mise del suo, sebbene sia giusto sottolineare come la crescita del blog di Alberto Bagnai sia ascrivibile soprattutto, se non esclusivamente, alle sue qualità di scrittore e divulgatore. E' però anche giusto ricordare, e rimarcare ancora, che quel mondo era già da tempo, da molto tempo, su posizioni anti-euriste, come pure il fatto che, sebbene piccolo e minoritario, non era costituito da una singola persona, bensì da alcune centinaia di attivisti in tutta Italia.

Il rosso di Nomura


Con il passare del tempo, in particolare a partire dalla metà del 2012, si è verificato un cambiamento. Pian piano tra i dirigenti di MPL si è fatta strada la consapevolezza che tra la loro visione d'insieme e quella di Alberto Bagnai vi sono differenze irriducibili. Di ciò parla l'articolo pubblicato da Pasquinelli. I toni non sono particolarmente amichevoli, ma le ragioni di allarme ci sono tutte, e sono rilevanti. L'occasione che ha indotto MPL, per bocca di Pasquinelli, ad uscire allo scoperto, è stata la pubblicazione sul blog di Bagnai della traduzione in italiano del Manifesto di solidarietà europea (già pubblicato in inglese il 24 gennaio 2013 e rimasto sconosciuto ai più), come pure le voci, sempre più insistenti, di una possibile "discesa in politica" dello stesso Bagnai, sebbene egli le smentisca con forza. La lettura del documento, e l'elenco dei primi firmatari, pongono più di una questione. La prma che salta agli occhi è la dichiarata volontà di preservare "l’esistenza dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo", messe a rischio dall'esistenza dell'euro. Dunque, non più l'euro come strumento monetario di un più ampio disegno di guerra di classe culminato nell'istituzione dell'Unione Europea e del Mercato Comune (ma sarebbe più corretto parlare di Mercato Unico), bensì esattamente il contrario. Che dire? Una lieve differenza rispetto a quanto Bagnai va ripetendo da due anni!

Vero è che Bagnai, nel primo commento scrive (grassetto aggiunto): "Siete tutti abbastanza intelligenti da capire cosa posso condividere o meno nella diagnosi che il manifesto esprime, e anche nella terapia", ma immediatamente dopo aggiunge «Non è il mio manifesto, come qualche relitto umano ieri latrava sul web: è il manifesto proposto da un gruppo di economisti col quale sono entrato in contatto a novembre, e con i quali ritengo valga la pena di confrontarsi e di mediare. Non vi aspetterete da me una mediazione coi platelminti, o con gli anellidi, e nemmeno coi nematelminti (che non vi ho ancora presentato), insomma, con tutti gli infiniti vermi del terrario nostrano, provinciale, egotista, intellettualmente ed eticamente deficitario. Ma rispetto a una proposta operativa che è l’unica sensata allo stato attuale e che è proposta da persone di elevatissimo livello scientifico, che hanno rivestito posizioni di responsabilità, che sanno di cosa parlano (cosa rara da queste parti), mi sento di potere e dover giungere a un compromesso e a un dialogo, di dover avere un atteggiamento di ascolto».

Vabbè. Linguaggio a parte, Bagnai afferma:

1. è l'unica proposta sensata allo stato attuale
2. è proposta da persone di elevatissimo livello scientifico, che hanno rivestito posizioni di responsabilità, che sanno di cosa parlano

 
Rimando ad altra occasione l'esame della prima affermazione per concentrarmi sulla seconda. Bagnai parla di persone di "elevatissimo livello scientifico", e su questo non possiamo non essere d'accordo. Ma quali interessi concreti e reali rappresentano e difendono costoro? In nome di quali poteri queste competenze tecniche agiranno, fino al punto di ordinare a Gianni Letta "zitto e togli gli aracnidi dalla Rai"? E soprattutto, noi che cosa esistiamo a fare? Come si permette, Alberto Bagnai, di usare questo tono e questo linguaggio? Chi è Alberto Bagnai? Lo abbiamo detto poc'anzi: Alberto Bagnai è un blogger politico in fortissima ascesa, dunque una persona in grado di influenzare in profondità le scelte elettorali qualora, come è probabile, decida di scendere in politica. Ma ha detto che non lo farà! Esticazzi?

Firmando il "Manifesto di solidarietà europea" Alberto Bagnai è già sceso in politica, la sua non è più solo una benemerita opera di divulgazione economica. Di questo non si può non tener conto, come non gli si può più consentire l'uso di un linguaggio, spesso offensivo, senza rispondergli come merita. Opera alla quale mi accingo immediatamente.

Uno dei firmatari del Manifesto è tale Jens Nordvig, classe 1974, Amministratore delegato di Nomura, banca d'investimento globale. Si tratta, per capirci, della stessa banca con la quale il Monte dei Paschi di Siena avrebbe stipulato un accordo segreto per truccare i conti. Ho come la sensazione che in casa Nordvig si beva dell'ottimo vino, di quello che dà veramente alla testa. Non conoscete il rosso di Nomura? Ah, ragazzi, al primo sorso ci si sente già in paradiso. Un paio di bicchieri e si vola alto, tanto in alto.... chi sono quei puntini laggiù? So' òmini? Ah, è 'na manifestazione de disoccupati. Più in alto! Più in alto! Stappiamo la seconda... ecco, va meglio. Dicevi Jens? Ah si, limità l'hair-cut e rilancià l'economia co' 'n piano de stabilizzazzzione globale concordato.. certo certo... i costi vanno distribuiti... hic.. hic... sta tranquillo che je parlo io... e ché? nun so de sinistra io? Ma io mica so' compagno così... ahò, io so' veramente compagno... de bevute... ma chi li conosce a questi? A pasquiné, e nummerompelicojoni!

Scherzi a parte, credo che l'articolo di Pasquinelli sia stato assolutamente opportuno. Non è accettabile che passi l'idea che la soluzione alla crisi possa essere di natura unicamente esogena, attraverso l'intervento dall'alto di competenze tecniche offerte da personaggi che, per quanto scientificamente validi, non possono credibilmente rappresentare gli interessi popolari. Per quanto possa essere difficile, è necessaria una componente endogena, vale a dire il contributo di una classe dirigente che sia diretta espressione degli interessi popolari. Il processo attraverso il quale questa classe dirigente emergerà è appena agli albori, ma deve essere portato avanti con urgente determinazione. Spiace dirlo, ma Alberto Bagnai, a causa dei suoi atteggiamenti élitari, si è posto fuori, per sua volontà, da questa prospettiva.


Fonte: Eco della Rete

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