lunedì 21 ottobre 2013

GLI ESCLUSI. Sulla manifestazione del 19 ottobre

21 ottobre. Due importanti giornate di mobilitazione, culminate nella grande manifestazione del 19 ottobre (nella foto). Un successo, soprattutto quest'ultimo, che gli organizzatori non si aspettavano. Ciò malgrado la campagna di satanizzazione mediatica e il coprifuoco a cui Roma è stata sottoposta. Cancellato dunque, ed era ora, il tabù del "15 ottobre" 2011. La ragione del successo è alquanto semplice: essa ha raccolto il malcontento e la rabbia crescenti non solo contro il tritacarne dell'austerità ma pure contro le olicarchie dominanti che la stanno imponendo.

Un'austerità che, è vero, ha colpito larghe masse, ma ha colpito in maniera differenziata e ineguale. Sabato 19 ottobre sono infatti scesi in strada i settori sociali più falcidiati, i settori di proletariato non-garantiti, i precari privi di garanzie sociali e di diritti, gli esclusi (di tutte le "razze") da ciò che rimane del sistema di welfare. In una parola gli ultimi della scala sociale, i nuovi poveri che si ammucchiano anzitutto nelle realtà metropolitane e che solo lottando con le unghie e coi denti possono far sentire la loro voce e forse strappare qualche briciola.

Che fosse questa umanità la forza trainante della manifestazione ci aiuta a spiegare come mai altri pezzi di popolo lavoratore fossero assenti. Non abbiamo visto, se non piccoli drappelli, gli operai delle fabbrriche, i dipendenti pubblici (una parte dei quali aveva in effetti manifestato il giorno prima coi sindacati di base), i pensionati. Non si sono viste per niente le rappresentanze del mondo dell'artigianato, delle piccole e medie imprese e della stessa borghesia che questa crisi sta gettando sul lastrico. Il grosso di questi settori sociali non si decide a lottare sul serio, preferisce aggrapparsi, per conservarli, agli ultimi privilegi. Preferisce ancora credere che i sacrifici siano necessari per "uscire dal tunnel".

Non è quindi un caso che non ci fossero né i sindacati confederali (oramai vere e proprie organizzazioni corporative di quella che una volta si chiamava "aristocrazia operaia") né delle diverse stampelle del Pd (anzitutto Sel, e poi il movimento di Landini e Rodotà). Questi hanno anzi partecipato, direttamente o indirettamente, a cingere un cordine sanitario attorno alle due giornate di lotta del 18 e del 19 ottobre. Non si pensi che si tratta solo di una dissociazione "tattica", siamo piuttosto in presenza di una presa di distanza "strategica", di una consapevole e maligna collocazione sociale e politica. Stendiamo un pietoso velo sull'assenza del MoVimento 5 Stelle, che dimostra non solo di essere un mivimento d'opinione, ma un movimento d'opinione entro il quale sono egemoni le classi intermedie, che non cerca dunque di dialogare come dovrebbe con i nuovi paria, nè d'incontrare le loro istanze. Una forza, M5S, chiusa nella sua bolla autoreferenziale e che si illude di poter cambiare il sistema senza passare per una vera e propria sollevazione popolare.

Va detto che se tutte queste forze sociali e politiche hanno facile gioco a fare spalllucce, a voltare le spalle alle lotte sociali degli ultimi, è anche a causa dei profondi limiti politici di queste ultime. Questi movimenti rivendicano diritti sacrosanti, ma non riescono ad esprimere una piattaforma che vada oltra ad  un mero sindacalismo sociale. Sono incapaci insomma di essere lievito per un'ampia alleanza popolare, la sola che possa davvero rovesciare i rapporti di forza, quindi  spaccare il fronte avversario, isolare le sue prime linee liberiste e oltranziste e quindi creare le condizioni per rovesciare il nemico principale: il regime incardinato sull'obbedienza ai diktat liberisti delle tecno-oligarchie europee, basato sui dogmi del pagamento del debito e del pareggio di bilancio, sul vincolo esterno e sul rispetto dei trattati. Il tutto incardinato sulla moneta unica. 

Qui sta il punto dolens della manifestazione del 19. Che non ci sia alcun cambiamento senza uscire dalla gabbia dell'euro e dell'Unione, che non c'è alternativa possibile senza riconsegnare piena sovranità al popolo; queste idee erano anche loro assenti, difese da sparute minoranze, tra cui noi di Mpl. Vero è che il giorno precedente il livello di consapevolezza era più alto, che le posizioni anti-euriste si sono fatte sentire e bene. Solo un anno fa le posizioni che chiamiamo "sovraniste-democratiche" parevano una vox clamantis in deserto.  Ora non è più così. Molta strada è stata fatta dentro la sinistra sociale. Altra resta da percorrere, ma va percorsa in fretta, prima che sia troppo tardi, prima che la dissoluzione dell'euro-sistema dia spazio a forze reazionarie (siano esse di tipo lepenista o berlusco-liberiste).

Ps:


Un amico e compagno siciliano del Movimento dei Forconi, ci scrive:

«Ottima analisi, che condivido, non avete solo detto, che una delegazione del popolo dei forconi era presente alla manifestazione, che con la loro presenza hanno voluto dare il loro modesto apporto e consenso, ma anche rompere ogni tabu' ed errata convinzione sul movimento stesso ed un apertura a tutte le realta' che lottano per ridare la sovranita' al nostro paese».

Chiediamo scusa a Mariano Ferro, a Scarlata, a Crupi a Carlo Siena, coi quali abbiamo in effetti condiviso gran parte del corteo.
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8 commenti:

  • mariof scrive:
    21 ottobre 2013 18:40

    La cerniera
    Nei giorni scorsi abbiamo avuto un po' di movimento in piazza.

    La difesa della Costituzione, quella del lavoro e dei beni comuni sono tre segmenti che devono essere unificati dal cardine comune della sovranità popolare (che non è una parolaccia ma un altro modo di dire democrazia).

    La Costituzione viene snaturata dai trattati europei che non perseguono la piena occupazione ma la bassa inflazione; il lavoro è sotto attacco perché se aumentano i disoccupati diminuiscono i salari, aumentano i profitti e diminuisce l'inflazione; i beni comuni vanno privatizzati perché sono occasione di guadagno per il capitale privato, come prescrive il governo europeo autoreferenziale.

    E' evidente anche a un fascista che il nemico è QUESTA Europa, e infatti le destre stanno galoppando; mi chiedo quando sarà evidente anche alle sinistre: loro credono di avere i voti popolari per sempre, perse all'inseguimento dell'internazionalismo proletario quando quello sin qui realizzato e l'internazionalismo finanziario.

    Non hanno capito che gli strumenti di contrasto dell'ultraliberismo sono nazionali (Costituzioni, parlamenti, sindacati, movimenti) e invece di combattere qui si trastullano con in'idea di Europa che hanno solo loro.

  • Giorgio scrive:
    21 ottobre 2013 20:46

    Condivido.Molto!

  • Ecodellarete.net scrive:
    21 ottobre 2013 22:50

    La verità, cari amici di Sollevazione, è che stiamo perdendo. Mi fa male dirlo, ma da un po' di tempo lo penso sempre più spesso. Il web ha dato quello che poteva dare, non c'è da aspettarsi di più. I convegni li abbiamo fatti, i movimenti sono nati, un bel numero di persone ha aperto gli occhi, ma non basta. Ci siamo divisi, è vero, ma anche se non lo avessimo fatto staremmo perdendo ugualmente. La verità è che non abbiamo la forza di cambiare lo "stato delle cose", se non quando lo "stato delle cose" collassa da sé, ma questo, per il momento, non sta accadendo.

    Il governo Letta sta manovrando con stile democristiano, riuscendo così a rallentare il progredire della crisi dando tempo alle persone di riorganizzare le proprie esistenze. Queste si ristruttureranno su livelli di consumo molto più bassi, ma con il tempo la gente si abituerà. Paradossalmente, lo dico con amarezza, se Monti fosse rimasto in sella oggi la situazione sarebbe "migliore", dal punto di vista rivoluzionario.

    Mi accorgo che stiamo perdendo quando parlo con la gente. Ho cominciato a farlo dopo un periodo nel quale mi ero confrontato quasi solo con coloro che si sono attivati politicamente, ma da quando ho ricominciato a parlare con le persone non impegnate politicamente ho capito che la stragrande maggioranza dei cittadini non ha la minima idea delle tante cose che a noi sono chiare. Che fare, dunque? Le nostre forze non sono infinite, il tempo passa per tutti, e comincio ad avvertire un senso di stanchezza nel ripeterci, sempre e solo tra di noi, le stesse sacrosante verità.

    Gli esclusi, di cui parlate nel post, sono in gran parte persone sofferenti ma incapaci di andare oltre la protesta, talvolta rabbiosa tal altra rassegnata. E' la classe media che non riusciamo a mobilitare, comprendendo in essa gli operai delle fabbriche e gli impiegati. Questa riesce sì ad esprimere un'intellettualità cosciente e consapevole (noi, per capirci) ma il suo grosso corpo rimane fermo, come privo di vita politica. Insomma, per non farla troppo lunga, stiamo perdendo. Spero di sbagliarmi...

  • Redazione SollevAzione risponde:
    22 ottobre 2013 01:45

    Caro Fiorenzo,
    Esattamente un anno fa scrivevo:

    «In Italia la ricchezza privata complessiva (la somma di tutti i beni, mobili e immobili, a valori di mercato correnti al netto delle passività finanziarie) è pari a 5,4 volte il Pil. Il dato immobiliare è noto: più dell’80% della popolazione italiana abia in alloggi di proprietà. Se si divide questa ricchezza complessiva per abitante abbiamo 140mila euro procapite. Se la si divide per famiglie abbiamo che ognuna dispone mediamente di una porzione di ricchezza di 350mila euro. Così, tanto per dire, 1.900 miliardi di debito pubblico sono appena il 22% dello stock di ricchezza privata accumulata —confortando la tesi di chi sostiene che il debito pubblico italiano sia più sostenibile di quello di altri paesi, considerati “virtuosi” perché non vengono considerati i loro debiti privati. Non basta: il saggio di risparmio lordo degli italiani, pur in calo (oggi è dell’11% rispetto al 22% del 1995), è secondo solo a quello dei tedeschi (16,7%). E per comprendere quale fosse la situazione prima della grande crisi del 2008-2009 va segnalato che nei 14 anni che l’hanno preceduta la ricchezza delle famiglie è cresciuta costantemente passando da 4.212 miliardi del 1995 agli 8.414 miliardi del 2007. Il ciclo accumulativo si interruppe appunto nel 2008, col sopraggiungere della recessione economica.
    Questi dati grezzi ci aiutano a capire le ragioni per cui la situazione è bloccata. La grande maggioranza dei cittadini, compresi i lavoratori salariati, viene da un lungo ciclo di benessere diffuso. La consapevolezza che la sopraggiunta crisi sia una cosa terribilmente seria, ha prodotto un sentimento di timore, il prevalere della paura di perdere certi benefici, che il modo di vita consumistico sia pregiudicato. E il sentimento di paura determina a sua volta un comportamento conservatore, per altro ancor più accentuato tra gli operai che non tra la piccola borghesia. Questo spiega come mai, i soggetti e i settori colpiti frontalmente dalla crisi sono stati lasciati soli e i focolai di ribellione non solo si sono generalizzati, ma sono stati risucchiati nel clima generale di paura.

    Non dobbiamo nemmeno temere di dire cose antipatiche, o sconvenienti a tanti militanti antagonisti: il panico della catastrofe imminente, lungi dal risvegliare le masse dalla loro apatia, non solo rafforza la loro inerzia, a malapena nasconde la loro intima speranza che il sistema guarisca, che tutto ritorni come prima».
    Perché questo mortorio sociale

    A queste condizioni oggettive, che attengono alla situazione economica di gran parte (ancora) degli italiani, va aggiunto il fattore che potremmo chiamare della psicologia delle masse. La grande sconfitta dei settanta, a cui è seguito il crollo del socialismo reale, ha spianato la strada all'ideologia pevasiva del liberismo, dell'egoismo sociale, del consumismo compulsivo, del nichilismo etico, del relativismo valoriale.
    Per dire che sì, non occorre scoraggiarsi, che occorre tenere la trincea, ma forse prendendo atto che non ce la faremo ad evitare a questo paese la catastrofe, e che solo dopo aver toccato il fondo spireràil vetno di un cambiamento rivoluzionario.

    Moreno Pasquinelli

  • Veritas odium parit scrive:
    22 ottobre 2013 04:31

    Che il crollo del sistema possa conseguire soltanto da motivi endogeni è cosa che ripeto da quando scrivo su questo forum.

    Segue anche da quanto scritto nell'articolo: "il regime incardinato sull'obbedienza ai diktat liberisti delle tecno-oligarchie europee, basato sui dogmi del pagamento del debito e del pareggio di bilancio, sul vincolo esterno e sul rispetto dei trattati. Il tutto incardinato sulla moneta unica"... e questa, aggiungo, incardinata alla dittatura europea e questa espressione (privilegiata ma subordinata) dell'impero mondiale a stelle e strisce.

    In queste condizioni, come pensare che sia possibile un cambiamento fuori da un rivolgimento (cioè da una catastrofe) globale? Credete che l'Italia potrebbe liberarsi dai vincoli UE e USA senza incorrere - nel migliore dei casi - in un sistematico boicottaggio? Sapete cosa rimarrebbe del nostro export quando i padroni del vapore decidessero di chiudere la bottega?

    La situazione può evolvere solo nella misura in cui il sistema si sfilacci da solo, via via aprendo falle e generando antagonisti delle più varie specie. Anche per questo ritengo perniciosa la vostra ostilità verso il lepenismo, Alba dorata ecc., che scorrettamente assimilate al regime (di cui sono anzi gli oppositori di gran lunga più temuti).

    Se si trattasse di costruire qualcosa il nuovo comprenderei la vostra posizione. Ma qui si tratta puramente e semplicemente di affrettare la comune discesa all'inferno: proprio quella che il gregge (pardon il popolo) imborghesito e consumistizzato vuole evitare ad ogni costo.

  • Marco scrive:
    22 ottobre 2013 11:19

    Mi fa piacere che mi diate ragione per l'ennesima volta.
    La gente non reagisce e non reagirà perché essere di classe subakterna significa, per costruzione, "essere incapace di reagire".
    Ancora credete che arrivati al fondo al gente si risveglierà?
    Ovviamemte no; ma lo conoscete il Sudamerica? avete idea di come vive la gente laggiù? Ma negli anni 80 e 90 avete mai visto l'ombra di sollevazioni popolari in Argentina, in Brasile? Cuba è un episodio per di più vecchiotto.
    L'unica autentica reazione in quel continente è quella, attuale, delle classi medio alte locali che si sono ribellate all'imgerenza straniera.
    Attenzione però, non si tratta di prese di coscienza del popolo; al comtrario il divario di classe è aumentato con solo qualche impercettibile miglioramento per i più miserabili.
    Quindi scordatevi che il sistema crolli per una sollevazione popolare; essere del popolo significa essere intimamente e inconsapevolmente sottomesso senza redenzione.

    Cosa serve?

    Come vi dico da un sacco di tempo a voi e anche a quell'altro blogger che oggi sembra non scriva più: OCCORRE UNA FIGURA DI RIFERIMENTO DOTATA DI PRESTIGIO SOCIALE E PROFESSIONALE CON IL QUALE LA GENTE SI IDENTIFICHI.
    Non esiste altra via: serve per dire un Brancaccio, un Piga, qulacuno di CLASSE SOCIALE ELEVATA o almeno con accesso alle classi alte che denunci questo tentativo reazionario di autentica cristallizzazione delle differenze di classe. Una sorta di apartheid all'incomtrario in cui i ricchi si isolano dal resto della popolazione che diventerà una casta di inferiori.

    Siete capaci di cooptare una persona del genere? Se la risposta è no avete perso definitivamente.

  • Redazione SollevAzione risponde:
    22 ottobre 2013 12:59

    Un amico e compagno siciliano del Movimento dei Forconi, ci scrive:

    «Ottima analisi, che condivido, non avete solo detto, che una delegazione del popolo dei forconi era presente alla manifestazione, che con la loro presenza hanno voluto dare il loro modesto apporto e consenso, ma anche rompere ogni tabu' ed errata convinzione sul movimento stesso ed un apertura a tutte le realta' che lottano per ridare la sovranita' al nostro paese».

    Chiediamo scusa a Mariano Ferro, a Scarlata, a Crupi a Carlo Siena, coi quali abbiamo in effetti codnisviso gran parte del corteo.

  • Veritas odium parit scrive:
    22 ottobre 2013 16:32

    A sottolineare quanto l'apatia attuale sia legata a profondi fattori di psicologia delle masse e anzi direi antropologici, da un portato di generale decadenza, valga l'articolo di oggi sul Sole24ore: "si ha l'impressione che vada diffondendosi nella classe politica e nella cultura sociale un atteggiamento fra l'insensibilità e la rassegnazione di fronte alla prospettiva di una crescente deindustrializzazione......"

    http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-10-22/vero-rischio-deserto-industria-064253.shtml?uuid=AbNMrVwI

    Non solo il gregge sfruttato è indifferente a ogni progetto globale di riscatto, anche le classi dirigenti sono indifferenti allo sfascio progressivo, anestetizzate contro ogni reazione di ampia portata.

    Certo, ai livelli più alti vi è la formazione di una classe supercapitalista transnazionale che profitta sul breve e medio termine dello sfascio. Ma a parte le prospettive di lungo termine degli stessi superricchi una volta che il tessuto imperiale comincerà a sfaldarsi, dalla media e medioaltaborghesia ancora ancorate a una dimensione nazionale non viene un'analisi seria della crisi, un dibattito sulle prospettive di recupero, una qualsiasi progettualità storica e collettiva.

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