mercoledì 3 novembre 2010

resoconto del convegno teorico-politico di Chianciano

IN CAMMINO

Alla fine ha prevalso, tra la settantina di partecipanti, un clima condiviso di soddisfazione. Ciò ad indicare che il convegno rispondeva ad una domanda profonda: capire le cause della crisi che attraversa l’Occidente capitalistico, districandosi in mezzo al flusso di informazioni e spiegazioni spesso parziali e contraddittorie. Ma il “bello” di questo convegno è che non ci si è limitati all’analisi economica, non meno importante è stata la parte dell’indagine sociale e quella della proposta politica.

Non è stato facile per nessuno, anzi certamente faticoso, seguire nove prolusioni nell’arco di 12 ore complessive. Nonostante ciò l’attenzione dei presenti è stata massima, costante.

I lavori sono iniziati da Vladimiro Giacchè, che ha ripercorso le tappe che hanno portato al collasso del settembre 2008, rovesciando il paradigma che va per la maggiore tra gli analisti di scuola sia liberista che keynesiana. Per questi ultimi avremmo avuto che il crack finanziario è stato la causa della successiva crisi dell’economia “reale”. Le cose stanno diversamente: Giacchè ha mostrato, dati alla mano, che lo scoppio dell’ultima bolla finanziaria è stato piuttosto un effetto e non la causa della depressione nella quale sono piombate le economie occidentali. Da tempo queste erano alle prese con una crisi classica di sovrapproduzione (di capitali e di merci), ovvero una difficoltà congenita dei capitali a valorizzarsi. La causa prima, ha affermato Giacchè, è proprio la legge indicata a suo tempo da Marx: la tendenza del saggio di profitto a cadere. Riusciranno le economie occidentali a risollevarsi evitando una distruzione su larga scala di capitali e di forze produttive? Tutti i dati indicano che ciò è altamente improbabile. Anche questa crisi generale, come le precedenti, spinge all’adozione di politiche deflattive e protezionistiche, le quali accentuano i rischi di conflitti devastanti sul piano geopolitico, se non addirittura di un redde rationem, visto che le potenze declinanti non accetteranno di farsi in disparte.

Ennio Bilancini, con l’efficace aiuto di grafici e tabelle, ha mostrato come, al declino dell’Occidente imperialistico, corrisponda l’avanzata, pur sempre capitalistica, dell’Oriente, in particolare di Cina e India. Questo spostamento del baricentro del capitalismo mondiale non avviene per caso, corrisponde a grandi forze storiche, le quali si prendono la rivincita dopo due secoli di politiche predatorie, colonialistiche e imperialistiche, che a loro volta hanno esaurito la loro spinta propulsiva. Anche per Bilancini, come per Giacchè, questo terremoto economico globale, non può lasciare inalterati gli equilibri geopolitici, che saranno invece destinati a conoscere giganteschi sconquassi.

Giorgio Gattei, con un’esposizione pirotecnica, si è invece soffermato sull’evoluzione della crisi nell’ultimo anno, in particolare mostrando come dietro alla “guerra fredda delle valute” si nascondano, sia il fallimento delle cure sin qui adottate, a cominciare da quelle prese dal governo nordamericano, sia l’emergere di contraddizioni in seno al blocco occidentale. La tendenza principale, anche per Gattei, è quella alla resurrezione dei protezionismi —di cui le politiche valutarie o di “quantitative easing” adottate dai paesi imperialistici, USA in testa, tese a indebolire paesi come la Cina o il Brasile non sarebbero che le prime manifestazioni. Per Gattei è anzitutto l’Unione europea e rischiare di pagare il prezzo più salato. Le forze anticapitaliste europee sono quindi chiamate ad una grande sfida. Marcando, come vedremo più avanti, una differenza con altri relatori, Gattei ha affermato non si può tornare indietro agli stati nazionali: l’alternativa anticapitalistica non può che essere a dimensione europea.

Moreno Pasquinelli ha concentrato la sua prolusione sulla categoria di “imperialismo”, a partire dal celeberrimo testo leniniano. Pasquinelli ha quindi spiegato quali fossero i punti di debolezza e quelli di forza dell’analisi di Lenin. Sarebbero più che maturi i tempi per sbarazzarsi dell’impianto teleologico che soggiace alla visione leniniana, quella per cui quello imperialistico sarebbe non solo “l’ultimo stadio” dello sviluppo capitalistico, ma quello che, grazie alla presunta “massima socializzazione” portata dai monopoli, fungerebbe da “anticamera del socialismo”. Se ci si sbarazza di questa concezione unilineare e sostanzialmente meccanicistica della storia, restano profetiche le due conclusioni a cui giunge Lenin: che l’imperialismo avrebbe accentuato i motivi di contrasto tra le diverse potenze, e che con l’imperialismo non solo sarebbe cresciuto il parassitismo economico e sociale, ma gli stati imperialistici sarebbero divenuti stati rentier e usurai, con ciò determinando la possibilità del predominio, in seno alla borghesia, del ceto borghese dei truffatori e degli speculatori finanziari. Questa tendenza, per Pasquinelli, è effettivamente giunta al culmine: col capitalismo-casinò (che sta ben oltre al capitale finanziario, inteso come semplice fusione tra banche e industria) quello dei parassiti che vivono “staccando cedole”, oramai estranei al ciclo industriale, è oggigiorno il ceto predominante.
Avevano ragione Shumpeter e Galbraith che il capitalismo stava secernendo una vera e propria nuova classe, nient’affatto ristretta ad una minuscola oligarchia. Si è dunque compiuta una profezia adombrata da Marx nei Grundrisse, quella per cui il valore di scambio (su cui il capitalismo si fonda) tende  “a porsi in forma pura”, in quella incarnazione simbolica della ricchezza che è il denaro, e a conservarsi, anzi ad accrescersi, evitando le fatiche della produzione di merci, esodando dalla produzione e dall’investimento produttivo. Al rischio d’impresa il neo-borghese preferisce il rischio nella sua forma più nuda: quella della scommessa. In estrema sintesi: al suo massimo grado di sviluppo il capitale preferisce la forma della pura e semplice rendita.

Giorgio Cremaschi ha esordito chiedendosi: “Dove è andata a finire l’ingente massa di ricchezza che negli ultimi decenni si è spostata dai salari ai profitti?”. Nel capitalismo-casinò appunto, nella giostra della speculazione finanziaria, di qui il declino generale, e il calo della produttività da addebitare non al lavoro ma al capitale e alla sua smania di fare profitti saltando gli investimenti. Ciò ha causato una regressione sociale senza precedenti, la quale chiama in causa non solo i diritti dei lavoratori in fabbrica, quelli dell’esercito dei precari e dei disoccupati, ma le stesse sorti della democrazia. Di qui la straordinaria importanza della Resistenza che si va manifestando e che è la sola leva per far avanzare la possibilità di un’alternativa sociale. Un’alternativa che deve orientarsi alla fuoriuscita dal capitalismo, rompendo le compatibilità di una sistema destinato a diventare sempre più regressivo. Ma come ogni alternativa essa deve incardinarsi su un programma il quale, a partire dalla riconversione ecologica dell’industria italiana e dell’intera economia, difenda i beni pubblici, ridistribuisca la ricchezza, riduca l’orario di lavoro, assicuri un reddito minimo garantito. Tutto questo chiede una vera e propria rivoluzione democratica e lo scardinamento di quest’Europa oligarchica e autoritaria.

Leonardo Mazzei ha indicato quale dovrebbe essere il “programma di fase”, la piattaforma su cui unire le forze della resistenza sociale e in questo ambito costruire una nuova soggettività politica anticapitalistica. A premessa Mazzei ha sottolineato, di contro alle letture troppo ottimistiche dell’attuale forza della Resistenza sociale, che essa è invece ancora debole e che, affinché si faccia largo oltre gi angusti limiti di minoranze agguerrite, la consapevolezza che una fuoriuscita è necessaria, c’è bisogno di un livello di conflittualità sociale ben più vasto e profondo. Oggi siamo solo all’inizio, ma ciò non ci esime dal dovere di indicare quale debba essere la strada per venir fuori dalla crisi, ossi per fuoriuscire dal capitalismo. E’ chiaro, secondo Mazzei, che non si esce da questa crisi epocale senza grandi sacrifici, il problema è non solo chi dovrà farli e come andranno socialmente ripartiti, ma per quale finalità. Non è possibile che si chieda alle masse popolari di stringere la cinghia come non mai per rilanciare un sistema, quello capitalistico, che prima o poi piomberà in un’altra catastrofica crisi. Il gioco non vale la candela. Davanti ad una crisi sistemica occorre rispondere con misure radicali, a cominciare dallo spezzare i due vincoli di ferro che ci vengono presentati come condizioni indispensabili di uscita dalla crisi e che sono invece le due concause primarie della crisi stessa. Anzitutto la moneta unica e l’Unione europea e in seconda battuta il debito pubblico. Non si uscirà da questa crisi se non uscendo dall’Unione e riconquistando la sovranità monetaria, come non si uscirà dalla crisi senza azzerare il debito pubblico. La politica dei sacrifici non avrà fine fino a quando gran parte della ricchezza sarà sprecata per pagare il servizio sul debito, gli interessi, senza alcuna possibilità di scalfirne l’ammontare.
La svolta proposta implica la nazionalizzazione, non solo del sistema bancario ma di tutti i settori economici strategici, a cominciare da quello energetico. Solo una radicale trasformazione del sistema fiscale, a cominciare dalla riduzione dell’imposizione indiretta e dall'applicazione del principio costituzionale della progressività, potrà permettere la salvaguardia dello “stato sociale”. Affinché la ricchezza, ovvero il frutto del lavoro e delle fatiche di un intero popolo, sia destinata agli investimenti e al bene comune, occorre farla finita con la leggenda che il mercato e la sua “mano invisibile”, siano autosufficienti. Ci vuole invece la “mano visibile” della politica, un potere politico forte, anche dal lato del consenso democratico. Per questo una rottura è inevitabile, rottura che Mazzei ha chiamato “rivoluzione democratica” nel campo economico, sociale e istituzionale.

L’ultima sessione è stata dedicata alla riflessione sul socialismo come alternativa storica possibile. Antonio Moscato ha svolto una ampia e lucida disamina della vicenda cubana. Egli ha ripercorso le diverse tappe del tentativo rivoluzionario cubano di costruire un sistema socialista, passando dall’assalto anticapitalistico dei primi anni, alla svolta del 1971 con l’adozione del modello sovietico, al tentativo di sganciamento dall’URSS del 1986, ai difficilissimi anni novanta. Il sostanziale fallimento di questi diversi modelli economici spiega la svolta attuale del partito comunista al potere, l’apertura, sulla scia cinese, all’economica di mercato, nella speranza che con ciò aumenti la ricchezza disponibile, premessa indispensabile per non distribuire solo la miseria. Questa apertura è una restaurazione del capitalismo? Troppo presto per dirlo. Certo il gruppo dirigente cubano è consapevole dei rischi che esso corre, per questo, all’apertura agli spiriti animali del mercantilismo, non corrisponde un allentamento del dirigismo autoritario sul piano politico. Al contrario: si pensa di ridurre i rischi di crisi e tensioni sociali che la conversione economica porta con sé, con l’arroccamento politico e statuale, tenendo sotto stretto controllo il dibattito politico e teorico, che pure c’è. Solo la chiesa cattolica sembra sfuggire a questa stretta, al monopolio del dibattito pubblico, chiesa la quale, dopo il viaggio di Papa Woityla nel 1998, è la sola voce dissidente ufficialmente tollerata. Moscato non contesta in linea di principio che siano necessarie aperture all’economica di mercato, ritiene che esse debbano essere accompagnate anche da un’apertura sul piano politico, visto che solo la partecipazione popolare è una garanzia sicura contro una vittoria delle forze controrivoluzionarie.

Gernot Bodner, agganciandosi a Moscato, ha spiegato in che senso Chavez e il movimento bolivariano, stanno cercando di evitare gli errori e superare i limiti delle esperienze di “socialismo reale”, quella cubana compresa. Non ha dubbi, Bodner, che Chavez sia sincero quando perora un “Socialismo del XXI secolo”, e che la prima sostanziale differenza con il novecento sia che la trasformazione sociale stia avvenendo nel quadro di un sistema democratico fondato sul più ampio consenso pubblico e la diretta partecipazione popolare alle decisioni politiche. E’ questa linea, oltre che ai vantaggi indiscutibili dell’essere paese produttore di petrolio, a spiegare la forza del regime chavista e le difficoltà della reazione venezuelana, pur sempre radicata nel paese. Bodner ha tuttavia indicato le enormi difficoltà che il movimento bolivariano incontra nell’assicurare la partecipazione dal basso, la quale è forte nei momenti di massima tensione, e scende non appena questa tensione si affievolisce. Il consenso non necessariamente equivale a partecipazione diretta. Il consenso può essere passivo. Il ruolo carismatico di Chavez resta dunque un fattore decisivo della tenuta del sistema nascente, senza sottovalutare il peso rappresentato dalla fedeltà dell’esercito e dell’apparato statuale e amministrativo. Fino a che punto questi due fattori sono stabili? La fedeltà di esercito e apparati amministrativi sono per Bodner a rischio, visto che il PSUV può mantenersi al potere solo a patto di conservare la maggioranza del consenso elettorale. La causa principale della debolezza del regime bolivariano è che esso non è stato partorito da un’autentica rivoluzione dal basso. Non c’è stata in Venezuela una rivoluzione sociale che abbia fatto a pezzi il vecchio apparato statuale con la edificazione di uno radicalmente nuovo. Di qui la domanda di Bodner: è possibile un socialismo senza rivoluzione? Può vincere e consolidarsi quest’ultimo grazie a passaggi successivi e sempre nell’ambito della democrazia di tipo borghese? Non è forse proprio il rispetto dei meccanismi borghesi di rappresentanza a pregiudicare la partecipazione diretta del popolo alle decisioni politiche? Bodner non ha nascosto il suo pessimismo, avvertendo tuttavia che, siccome lo scontro decisivo il Venezuela ce l’ha davanti e non alle spalle, saranno i prossimi anni a dirci se le masse di quel paese saranno in grado o meno di decidere il loro destino, facendo passare il “socialismo del XXI secolo” da speranza a realtà.

Per ultimo ha parlato Piero Bernocchi. Egli non si è limitato a criticare come fallimentari i tentativi di passaggio al socialismo conosciuti nel novecento. C’era, alla loro base, un errore teorico di fondo, l’idea che si potesse passare al socialismo a tappe forzate, mentre oggi sappiamo che la transizione è necessariamente un processo storico lungo, molecolare e globale. Di conseguenza l’altro errore, quello di attribuire allo Stato un ruolo decisivo, di qui l’idea del “partito unico”, che ha condotto non alla dittatura del proletariato ma alla dittatura sul proletariato. L’idea che stava alla base di questa concezione statolatrica era che il partito fosse l’interprete e la sentinella dell’interesse generale, mentre "non c’è nessuno che possa arrogarsi questa funzione". Non ci sono che interessi parziali o particolari, la sintesi e il punto di equilibrio tra loro non può detenerla un soggetto unico. Ogni reductio ad unum è una pericolosa illusione. I tentativi in atto in America Latina sono da questo punto di vista importantissimi, poiché vediamo che i diversi processi di trasformazione passano non solo per il consenso, ma per una politica di fronte, di alleanza, entro i quali si trova e si determina, grazie alla libera dialettica degli interessi e delle posizioni, il fine comune. In questo senso va superata la stessa tesi gramsciana dell’egemonia, che restava impigliata nel reticolo teorico del leninismo. La rappresentanza politica è una finzione se non è diretta e manifesta rappresentanza di specifici interessi sociali, di qui l’insistenza di Bernocchi sia sull’efficacia di Cobas come soggetto politico-sociale, e quindi della modalità di fronte come opzione strategica e non meramente tattica.

L’intervento di Bernocchi non poteva non sollevare, pur data la ristrettezza dei tempi residuai a disposizione, un acceso dibattito. E’ stato fatto notare che se la hegeliana  “società civile”, con le sue spinte disparate e privatistiche, è irriducibile all’idea della primazia del bene comune o dell’interesse generale; allora non crolla solo la necessità di un soggetto politico rivoluzionario, ma la possibilità stessa di un’alternativa socialista, con la sua pretesa di emancipare l’umanità dal giogo del capitalismo, dell’egoismo e dei conflitti di classe.

Materia complessa, come facilmente si può capire, che merita un convegno apposito. Non sarebbe giusto terminare questo resoconto se non sottolineassimo come la gran parte dei presenti ha espresso l’augurio, non solo di dare continuità a questi momenti di confronto, ma di iniziare a dare corpo a quel fronte anticapitalistico che tutti, nessuno escluso, hanno perorato.
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